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APRIAMO LE PORTE E I PORTI

Una sceneggiata sulla pelle delle persone. Potremmo riassumere così quello che il governo italiano ha fatto nei giorni scorsi con i migranti che erano al largo delle coste siciliane. Un inutile gioco di forza con l'Europa che ha portato solo conseguenze negative per quanto riguarda i rapporti con la Francia ed ha giocato con la vita di quelle persone a bordo delle imbarcazioni delle Ong. #Propagandadasbarco l'ha definita Diego Bianchi, e per capire qual era la situazione presente nelle navi vi invitiamo a guardare il suo lungo reportage andato in orda venerdì scorso, lo potete trovare a questo link.

È superfluo dirlo, ma in Italia non c'è alcuna emergenza rifugiati: il grafico qui sotto parla chiaro e mette in evidenza la percentuale di rifugiati accolti in alcuni paesi europei nel 2021 rispetto alla loro popolazione.
Nel numero di oggi della newsletter poi leggeremo anche alcune belle notizie. Il progetto "Pagella in tasca", di cui via abbiamo già parlato alcune volte e che ci riguarda da vicino, sta continuando. Vogliamo iniziare proprio con questa bella notizia la puntata di oggi.
Buona lettura

Arrivato in Italia il secondo gruppo di minori soli del progetto “Pagella in tasca”

da InterSOS - Foto di Fabio Bucciarelli
 

È arrivato il 12 ottobre 2022, all’aeroporto di Torino, il secondo gruppo di quattro minori soli, beneficiari del progetto Pagella in tascaCanali di studio per minori rifugiati, promosso dall’organizzazione umanitaria INTERSOS insieme ad UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati e realizzato grazie a un protocollo d’intesa con i Ministeri degli Affari Esteri e della Cooperazione Italiana, dell’Interno e del Lavoro, e all’impegno della società civile e del Comune di Torino. Si tratta del secondo arrivo che segue il primo gruppo di cinque minori giunti in Italia lo scorso anno.

I partecipanti al progetto sono minori di età tra i 16 e i 17 annioriginari del Darfur, in Sudan, e rifugiati in Niger e sono stati selezionati sulla base della loro motivazione allo studio in seguito ad una attenta valutazione del loro migliore interesse. Tutti e quattro i ragazzi sono fuggiti da soli verso la Libia, dove hanno subito maltrattamenti e sfruttamento, prima di trovare protezione in Niger.

Grazie ad una borsa di studio di 12 mesi, i ragazzi entrano in Italia con un visto di ingresso per studio, possibilità prevista dalla legge ma mai utilizzata in precedenza per minori rifugiati, per conseguire la licenza media e successivamente proseguire il percorso nella scuola secondaria superiore o nella formazione professionale. Saranno inoltre ospitati da famiglie selezionate e formate dal Comune di Torino, e riceveranno un supporto educativo, legale e psicologico.
 

Il valore del progetto “Pagella in tasca”

“Pagella in tasca rappresenta la prima sperimentazione al mondo di un canale d’’ingresso sicuro promosso dalla società civile e dedicato ai minori non accompagnati rifugiati, attualmente esclusi dai corridoi umanitari e dalla maggior parte degli altri canali di ingresso regolari” spiega Cesare Fermi, Direttore Regionale per l’Europa di INTERSOS. “I minori sono accolti da famiglie affidatarie valutate idonee dai servizi sociali, a differenza di quanto accade alla quasi totalità dei minori non accompagnati presenti in Italia, che sono accolti in strutture. I risultati ottenuti dai ragazzi arrivati nel 2021 sono la prova che questo tipo di accoglienza diffusa, in famiglia, facilita l’inclusione sociale e il successo nello studio”.

“Progetti come Pagella in Tasca rappresentano un’alternativa ai viaggi irregolari e pericolosi nei quali troppo spesso perdono la vita i rifugiati e sono al tempo stesso una dimostrazione tangibile di solidarietà e condivisione delle responsabilità tra Stati“ Ha dichiarato Chiara Cardoletti, Rappresentante UNHCR per Italia, Santa Sede e San Marino. “L’Italia si dimostra ancora una volta all’avanguardia nello sviluppo di programmi simili e UNHCR è felice di continuare a lavorare insieme ai ministeri, alle autorità locali e alla società civile per offrire sempre più opportunità come questa ai rifugiati”.

Subito corridoi d’immigrazione legale. Dare soldi alla Libia peggiora i problemi

Come se nulla fosse, ancora un volta i discussi accordi italiani con la Libia sono stati rinnovati. Un tacito accordo che ci sporca nuovamente le mani del sangue versato dalle persone che in quei centri di detenzione sono stipate e torturate quotidianamente. Francesca Mannocchi su La Stampa ci racconta nuovamente cosa accade in quei luoghi costruiti con i “nostri” soldi. Gli accordi con la Libia sono disumani e dovrebbero essere subito cancellati e alla domanda “come gestire l’immigrazione” ci potrebbe essere solo una semplice, concreta ed umana risposta: corridoi umanitari.

Qui di seguito l’articolo scritto da Francesca Mannocchi su La Stampa


Non è la prima volta che sulle coste libiche si contano i morti, non sarà l’ultima. Non è la prima volta che le Nazioni unite si appellano alle istituzioni del paese nordafricano, non sarà l’ultima che resteranno lettera morta, perché in Libia di tempestivo, indipendente e trasparente, c’è ben poco. Secondo gli attivisti per i diritti umani e i media libici, le persone migranti sarebbero morte per lo scontro armato tra gruppi di trafficanti rivali, una delle milizie avrebbe dato fuoco alla barca come ritorsione, ennesimo tragico epilogo dell’eterna disputa sul controllo di una delle aree da cui parte il maggior numero di gommoni diretti in Italia, un’area in cui il potere è sempre quello delle armi e dove sono più strette le connivenze tra trafficanti e istituzioni. Le stesse istituzioni che l’Italia, solo due settimane fa, è tornata a finanziare con il tacito rinnovo del Memorandum d’Intesa del 2017, le stesse istituzioni a cui faceva implicito riferimento il ministro degli Esteri Antonio Tajani quando, intervistato da Lucia Annunziata, ha detto «come si è investito in Turchia così si potrebbe fare in Libia e in altri Paesi da dove partono i migranti». Investire, cioè esternalizzare i confini, cioè pagare affinché le persone non lascino il Nordafrica, pagare non importa chi, non importa quanto, purché si fermino le partenze. Dopo la crisi diplomatica con la Francia sulla gestione della nave Ocean Viking e alla vigilia del Consiglio dei ministri esteri di oggi sul tema immigrazione, Tajani ribadisce la linea italiana: «Non c’è nulla da riagganciare con i francesi, sono loro che hanno reagito in modo sproporzionato». Ricollocamenti, rispetto degli accordi, strategia europea condivisa, cioè «un piano Marshall per l’Africa per non avere in futuro milioni di migranti». Investire dall’altra parte del mare è sempre un buon auspicio. Così come lo sarebbe il principio di «aiutarli a casa loro».

Il punto è sempre lo stesso: come. Ovvero, in mano di chi vanno a finire i soldi che escono dalle casse dei nostri Stati, attraversano il mare in direzione contraria a quella delle vite migranti, e su cui, da sempre, non c’è monitoraggio né controllo. Così è con i soldi destinati alla Libia dal Memorandum dal 2017 e così sarà con il tacito rinnovo fino al 2025, nonostante sia ormai chiaro che quegli accordi stiano contribuendo a rafforzare le reti del traffico anziché contrastarle. L’utilizzo dei fondi italiani che arrivano nei centri di detenzione, infatti, non è vincolato a nessun impegno del governo libico, a nessuna garanzia che all’erogazione di soldi e prestazioni corrisponda un miglioramento delle condizioni di vita delle persone migranti. O un impegno a medio-lungo termine sul superamento delle strutture detentive in un paese che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Un sistema detentivo, quello libico, che il Commissario Onu per i diritti umani ha definito «troppo compromesso per essere aggiustato». Lo stesso segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres, dopo una visita nei centri di detenzione, aveva chiesto che i responsabili degli abusi venissero puniti, sollecitando le autorità ad applicare sanzioni contro chi si è macchiato e continua a macchiarsi di crimini contro le persone migranti. Ma l’applicazione della legge, in un paese come la Libia, è vincolata a poteri che spesso poco hanno a che fare con gli impegni dei tavoli bilaterali. Sono quattro anni che il Procuratore generale libico ha emesso duecento mandati di arresto per attività di contrabbando, traffico di uomini, torture, omicidi e stupri. I trafficanti nell’elenco della lista delle sanzioni delle Nazioni unite non sono ancora stati arrestati eppure i nostri soldi continuano ad arrivare e smarrirsi nella nebbia libica, i migranti a essere torturati nelle prigioni, e poi spediti sui gommoni verso l’Europa. Quindi è troppo facile dare la colpa alle «reti del malaffare dei trafficanti», alle Ong ritenute “push factor” per i migranti nonostante i numeri dicano esattamente il contrario, quando i fondi erogati dall’Europa, l’Italia capofila, hanno contribuito in questi anni a rafforzare le reti del traffico anziché debellarle. A marzo di quest’anno, dopo l’ennesimo fallimento di un processo di pace che avrebbe dovuto portare ad elezioni, dopo nuovi scontri armati tra milizie nel cuore della capitale, e un’altra giravolta delle alleanze che ha portato a stabilire di nuovo due governi avversari e coesistenti nel paese, le Nazioni unite sono tornate a denunciare gli abusi nei centri di detenzione. Si legge in un rapporto Onu del 28 marzo che «molti dei centri di detenzione per migranti della Libia rimangono luoghi di abusi terribili e sistematici di crimini contro l’umanità consumati in venti strutture di detenzione, ufficiali e non ufficiali e reti di prigioni segrete che sono presumibilmente controllate da milizie armate».

Questo è il contesto da cui le persone migranti fuggono, luoghi di violenze e abusi. Luoghi di violazioni costanti che ostacolano la transizione della Libia verso la pace, la democrazia e lo stato di diritto. Ecco perché le Nazioni unite continuano a ribadire che i migranti non partano a causa di “pull factor”, ma perché spinti dai “push factor”, ossia proprio quegli abusi di cui sono vittime in Libia. Spinti dalla vita nei centri di detenzione, da cui vogliono fuggire a tutti i costi, pur sapendo che la loro unica opzione sia il mare, e il rischio la morte. Ecco perché le partenze non si arrestano, perché anzi in mare si continua a morire ed è sempre più difficile dare un nome alle vittime. Il 25 ottobre l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ha riportato i numeri di quest’anno: sono 5600 le persone morte lungo i confini d’Europa, marittimi e terrestri. Julia Black, l’autrice del rapporto, ha fatto conti e i paragoni. Dal 2014 sono morte trentamila persone lungo le rotte migratorie che portano in Europa. Numeri che ci ricordano alcune cose: la prima è che quando si tenta di chiudere una rotta se ne apre un’altra, basti pensare alle isole dell’Egeo e alle Canarie, la seconda è che i tentativi di esternalizzare le frontiere hanno reso più pericolose e dunque più mortali le rotte che si proponevano di chiudere, la terza è che nonostante continuiamo a contare i morti nell’ordine delle migliaia non esiste un impegno concreto per l’istituzione di percorsi legali e sicuri per la migrazione. In più, aggiunge Oim, questi numeri sono incompleti e in difetto perché è sempre più difficile monitorare i “naufragi invisibili”, le imbarcazioni perse in mare senza che venissero effettuate operazioni di ricerca e soccorso. Secondo i dati e i racconti dei sopravvissuti raccolti da Oim nell’ultimo anno almeno 252 persone sono morte durante presunte espulsioni forzate da parte delle autorità europee, cioè a causa di respingimenti, «casi quasi impossibili da verificare per la mancanza di trasparenza e per la natura altamente politicizzata di questi eventi». Tradotto significa che mentre la politica degli Stati si nutre di scontro sul destino delle persone migranti, per le agenzie delle Nazioni unite è sempre più difficile verificare quante persone stiano annegando in mare mentre fuggono dalla Libia, sempre più difficile dare loro un nome. Quelli che sopravvivono, come le donne gli uomini e i bambini della Geo Barents, dell’Humanity 1, sono le voci, i corpi-testimonianza degli abusi, corpi che portano sulla pelle le prove dell’inefficacia delle strategie di contenimento e anche l’evidenza delle ipocrisie degli stati Europei. Sono corpi che, insieme, dovrebbero rappresentare la mappa da seguire per segnare un indifferibile cambio di passo, che ci ricordano che i desiderata degli accordi bilaterali devono fare i conti con la realtà. E la realtà, dall’altra parte del mare, parla la lingua delle prigioni. I migranti riportati indietro lo sanno. Sanno cosa li aspetta, sanno come è gestito, spartito e mascherato in Libia il potere delle armi. Ecco perché riportarli nei centri di detenzione non è stato, non è e non sarà un deterrente alle partenze. Perché è precisamente da quei centri di detenzione – che l’Europa finanzia – che le persone migranti fuggono. Dall’inizio dell’anno, intanto, 14 mila di loro sono state intercettate e riportate indietro. Molti, purtroppo, faranno la fine dei corpi martoriati di Sabratha.
 

Una sceneggiata vergognosa

Rilanciamo questo articolo di Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice de La Stampa, che analizza la vergognosa situazione delle 35 persone tenute ferme su una barca per fare pura propaganda politica.

Presentare come un atto di umanità quello che è solo un atto di rassegnazione al diritto, alla legge, alla giustizia, è solo l'ultima delle mistificazioni operate dal governo in queste ore di buio e vergogna. I profughi salvati nel Mediterraneo non sono una minaccia per il nostro Paese. Un nemico davanti al quale è necessario "difendere i confini", come recita l'ultimo post della presidente del Consiglio. Lo spietato spettacolo messo in scena negli ultimi giorni, con medici saliti sulle navi a ispezionare i corpi dei naufraghi decidendo chi salvare e chi no, chi è davvero fragile e chi non merita speranza, non si è concluso perché – a bordo – erano tutti fragili.
Ma perché non si può fare: viola le convenzioni internazionali, la legge del mare, la Costituzione. Viola i più elementari principi di umanità. Come sia stato possibile è una domanda che ci tormenterà a lungo. Visto che in quelle ispezioni non ci si è accorti che a bordo della Geo Barents c'era un'epidemia di scabbia, o che uno dei respinti era un minore: ha provato a dirlo, lui, ma non c'erano mediatori culturali, non lo capivano, l'hanno lasciato a bordo una notte ancora.
Sappiamo già quel che accadrà adesso perché è quel che abbiamo visto con Matteo Salvini al Viminale: l'attuale ministro dell'Interno era il suo capo di gabinetto. Ora sembra la sua controfigura. Il governo dirà che la sua prova di forza è servita a far capire all'Europa che deve aiutarci: "Vedete, l'Ocean Viking è andata in Francia, abbiamo vinto!". Poi dirà: "Abbiamo dimostrato al mondo che l'Italia non è un colabrodo, vedrete come diminuiranno le partenze". O ancora: "Adesso le Ong la smetteranno di fare i taxi tra l'Africa e il nostro Paese". Spoiler: nessuna di queste affermazioni è vera.
Non si fermano migrazioni epocali con un insensato atto di forza di tre giorni. Non si costringe l'Europa a dimostrarsi più solidale con una violazione palese delle sue leggi. Le Ong non smetteranno di salvare vite in mare perché non sono taxi, si sono semplicemente assunte un compito che l'Europa ha deciso di non svolgere. Salvare più persone possibili in un Mediterraneo che è diventato il cimitero di troppe vite spezzate e della nostra coscienza. La creazione di un'emergenza che non c'è è funzionale alla difficoltà di affrontare quelle che ci sono: le bollette del gas, il caro-vita, il lavoro. Prima i rave, ora i migranti: la faccia feroce serve a nascondere i passi incerti del governo davanti a una manovra di Bilancio tutta da costruire, perché le promesse in campagna elettorale sono state tante e non disattenderle è una missione praticamente impossibile.
Ma forzare le regole giocando con la vita dei naufraghi non si può, a patto di non voler essere indagati per sequestro di persona com'è accaduto proprio a Salvini, ancora sotto processo a Palermo per aver impedito lo sbarco di 147 migranti dalla Open Arms nel 2019. In più, non serve che alla propaganda. I numeri dimostrano come la situazione sia tutt'altro che fuori controllo, se si vogliono applicare politiche serie di redistribuzione e di integrazione. Dall'inizio del 2022 sono sbarcati 88670 migranti. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, il nostro Paese ha accolto senza problemi 171mila profughi.
C'è però la questione europea che non va elusa. Quella Francia che fa sapere di aprire il porto di Marsiglia alla Ocean Viking senza avere intenzione di operare sbarchi selettivi, è la stessa Francia che respinge senza pietà i migranti che camminano scalzi nella neve a Ventimiglia. La redistribuzione "su base volontaria" dei Paesi Ue è un principio che non può funzionare. La riforma del regolamento di Dublino – quello che decide che è il primo Paese di sbarco a doversi far carico della richiesta d'asilo – è urgente perché un fenomeno epocale va affrontato con un doveroso principio di solidarietà.
Solo che Meloni e Salvini – forse in disaccordo, sulla decisione di non forzare ancora con i salvataggi selettivi – fingono in ogni loro discorso pubblico di non sapere che a frenare quelle modifiche alle regole europee che aiuterebbero Italia, Grecia, Malta, Cipro, sono i loro compagni di strada: i sovranisti del blocco di Visegrad. L'amico Orban che non ha mancato di complimentarsi con la premier italiana non appena ha visto le navi ferme nei porti, l'equivalente del suo muro, ma che a parte gioire davanti alla disperazione di chi non ha niente non ha alcuna intenzione di aiutare Giorgia e Matteo. Quando si tratta di fare un post di propaganda, è tutto semplice. Quel che i sovranisti non sanno e non vogliono fare, a tutte le latitudini, è risolvere davvero i problemi. Non tanto per quel che costerebbe loro, quanto perché alimentare le false emergenze è alla base del loro consenso.

COSA HA DETTO IL MINISTRO PIANTEDOSI NELLA SUA INFORMATIVA SU MIGRASNTI E ONG IN PARLAMENTO

Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, è intervenuto in Parlamento per un'informativa sulla gestione dei flussi migratori da parte del governo, soprattutto per quanto riguarda i soccorsi effettuati in mare dalle Ong. Le navi umanitarie infatti, ha detto il titolare del Viminale, non rispetterebbero le norme internazionali e agirebbero in completa autonomia, senza coordinarsi con le autorità competenti. Piantedosi ha anche affermato che il sistema di accoglienza in Italia sia saturo e ha chiesto agli altri Paesi europei di essere più solidali con quelli del Mediterraneo.

ECCO LA SUA INFORMATIVA

Signor Presidente, Onorevoli Senatori,

ho accolto con piacere l’invito a riferire in Parlamento sulla gestione dei flussi migratori e, in particolare, sui recenti interventi svolti da assetti navali privati gestiti da Organizzazioni non governative nel Mediterraneo centrale in aree SAR non di competenza italiana.
L’occasione di oggi mi consente di illustrare i fatti, gli atti adottati e le scelte assunte in attuazione di indirizzi in materia di politiche migratorie che il Governo ha ben chiari e che sono stati illustrati dai partiti della coalizione in maniera compiuta anche durante la campagna elettorale.

Atti e scelte alla base dei quali vi è una priorità assoluta: la tutela della dignità umana, della dignità della persona.

Vale la pena di ricordarlo al principio di questo mio intervento affinché il tema della dignità della persona sia la lente attraverso cui si possano mettere a fuoco le decisioni di questo Esecutivo a cui spetta tra gli altri, anche il delicatissimo compito di governare i flussi migratori.

L’Italia conosce bene il significato di dignità, non più solo valore fondamentale, ma anche parametro di condotta dei cittadini e per chiunque eserciti un potere pubblico.

E ne conosce bene il significato soprattutto il Governo, questo Governo, che lo intende come dovere delle Istituzioni di assicurare condizioni di vita adeguate, appunto “dignitose”, a tutti, a chi è accolto e a chi accoglie. L’attenzione alla dignità e alla sua declinazione non possono infatti fermarsi alle soglie dei centri d’accoglienza: rispetto all’ingresso in Italia, è prioritario valutare dove e come trovino alloggio i richiedenti asilo e se siano praticabili, allo stato, i processi di integrazione presso le comunità locali che li ospitano.

Prima di entrare nel merito dell’informativa, sento il dovere di ringraziare tutti coloro – appartenenti alle forze di polizia, alla guardia costiera, personale sanitario, i prefetti, i sindaci, le donne e gli uomini della Croce Rossa e del volontariato – che hanno prestato la loro opera in occasione dei fatti in questione.

Vorrei anche rivolgere un ringraziamento, a nome del Governo e mio personale, a quanti concorrono ogni giorno alla gestione dell’accoglienza e all’enorme sforzo che da anni va conducendo l’Italia per assicurare ai migranti condizioni dignitose di ospitalità in una cornice di legalità.

In uno scenario internazionale già saturo di tensioni e conflitti – basti pensare all’aggressione russa all’Ucraina – la forte ripresa dei flussi migratori diretti in Europa attraverso il Mediterraneo risente di cause geopolitiche ed economiche, a partire dai persistenti squilibri strutturali tra Paesi avanzati e Paesi in via di sviluppo.

Tale situazione è ulteriormente aggravata dalla debolezza delle istituzioni statali e dalla crisi economica che affliggono alcuni Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente e, in particolare, dalla forte instabilità politica in Libia.

Si tratta, come ha affermato il Presidente Meloni nelle dichiarazioni programmatiche del Governo, di una di quelle sfide epocali che non possono essere affrontate dai singoli Stati e sulle quali è arrivato il tempo che l’Unione europea sviluppi una grande politica per le migrazioni.

L’azione del Governo è e resterà sempre ispirata ad umanità e fermezza.

Non abbiamo nessuna intenzione di venir meno ai doveri di accoglienza e solidarietà nei confronti di persone in fuga da guerre e persecuzioni.

Al contempo, affermiamo con determinazione il principio che in Italia non si entra illegalmente e che la selezione di ingresso in Italia non la faranno i trafficanti di esseri umani.

Svilupperò più avanti questi impegni programmatici, ma non c’è dubbio che il percorso da seguire è quello di governare le migrazioni, anziché subirle.

Anticipo soltanto adesso che la necessità di governare i flussi migratori e di fermare le partenze illegali trova conferma anche nelle difficoltà sta incontrando il sistema nazionale di accoglienza rispetto all’andamento in crescita dei flussi di ingresso.

Sono difficoltà che ben conoscono i prefetti e i sindaci e che mettono a dura prova la sostenibilità dell’intero sistema, con evidenti ricadute in termini di inefficienza dei servizi offerti, di lievitazione dei costi e, non ultimo, di capacità di assicurare un’effettiva integrazione delle persone.

D’altronde, quanto il tema della pianificazione di un’efficace azione di governo dei flussi sia decisivo per consentire un’autentica integrazione, è argomento risalente e condiviso, che spesso ha tuttavia messo a dura prova la coerenza anche di alcune posizioni ideologiche.

Basti pensare alle voci ricorrenti di chi, anche da posizioni oggi critiche nei confronti dell’azione del Governo, ha sostenuto in passato la necessità di una razionale regolamentazione degli ingressi per favorire l’occupazione nei settori lavorativi trascurati dagli italiani oppure la posizione di chi sosteneva che aprire i porti fosse da irresponsabili, perché rischiava di indurre a partire migliaia di persone, difficilmente integrabili e che non saremmo stati in grado di accogliere.

Affermazione che proveniva anche da chi, se non vado errato, ha definito in questi giorni la nostra posizione “un disastro e una sceneggiata”. Comprendo che per qualcuno cambiare opinione possa essere anche sempre possibile, ma mi permetto di osservare che temi così delicati vanno affrontati con maggiore coesione tra le istituzioni.

Come Ministro dell’Interno, devo poi sempre considerare che la sostenibilità dell’accoglienza si misura anche in termini di impatto sulla sicurezza delle nostre comunità.

Intendo preliminarmente osservare che i numeri delle operazioni in mare – per oltre 90.000 ingressi di migranti solo nel 2022 – mostrano un aumento di circa il 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021, incidendo pesantemente sul sistema di accoglienza nazionale già provato

dagli arrivi dall’Ucraina (oltre 172.000 persone) che sono accolte in Italia.

Nel periodo dal 1 gennaio 2021 al 9 novembre 2022, le ONG, nell’ambito di 91 eventi di sbarco, hanno portato sulle coste italiane 21.046 migranti, di cui 9.956 nel 2021 e 11.090 nel 2022.

Secondo i dati FRONTEX, sul totale degli ingressi irregolari nel

territorio dell’Unione nel 2022, gli attraversamenti lungo il Canale di Sicilia, rappresentano la rotta principale degli ingressi illegali diretti in Europa via mare.

Tali ingressi sono incomparabili ai flussi via terra per oneri, modalità tecnico-operative e complessità degli scenari di intervento.

Allo stato, sono presenti circa 100.000 migranti nei centri di accoglienza nazionale e le Prefetture stanno sempre più segnalando una tendenza alla saturazione dei posti disponibili e criticità nel reperimento di nuove soluzioni alloggiative anche a causa della particolare congiuntura economica.

Un dato che mostra tale tendenza è quello delle gare indette e concluse nel 2022: nell’anno in corso sono state concluse 570 procedure di gara per la contrattualizzazione di oltre 66.000 posti, ma poiché ben 76 gare sono andate deserte, i posti messi a contratto sono stati soltanto poco più di 37.000, pari al 57 per cento del totale programmato.

Un altro dato significativo aggiornato e utile per documentare la crescita della pressione migratoria è fornito dalle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.

Alla data del 10 novembre scorso sono state presentate 69.078 richieste di protezione internazionale, vale a dire ben il 56 per cento in più rispetto

al 2021 e sono state emesse 50.048 decisioni, pari a circa il 27 per cento in più rispetto al 2021.

Di queste decisioni, il 57 per cento ha avuto come esito un diniego,

mentre il 43 per cento si è concluso positivamente con l’attribuzione delle seguenti forme di protezione: il 13 per cento è stato riconosciuto come rifugiato, il 12 per cento ha ottenuto la protezione sussidiaria e il 18 per cento quella speciale.

Dal raffronto tra i dati degli arrivi, quelli di presentazione delle domande di asilo e del loro limitato accoglimento, si desume che la maggior parte delle persone che giungono in Italia è spinta da motivazioni di carattere economico e, quindi, non ha titolo a rimanere sul territorio nazionale.

Questa rappresentazione mostra plasticamente che la specificità italiana è costituita dagli sbarchi che vedono il nostro Paese nella posizione di gran lunga più sfavorita circa gli ingressi via mare rispetto a qualunque altro Stato europeo. Con ciò rendendo del tutto inconferente qualsiasi comparazione che non ricomprenda gli sbarchi.

Sotto il profilo delle attività di contrasto all’immigrazione irregolare, la complessa attività di monitoraggio degli sbarchi di migranti richiede un particolare sforzo operativo attraverso azioni immediate, al momento dello sbarco, e con approfondimenti investigativi coordinati dalle

Procure della Repubblica per individuare le reti criminali transnazionali che gestiscono il traffico illecito.

Solo in relazione agli sbarchi delle navi ONG nei porti di Catania e

Reggio Calabria oggetto dell’odierna informativa, le locali Autorità provinciali di Pubblica sicurezza hanno dovuto mettere in campo un imponente dispositivo costituito da misure di vigilanza e di sicurezza pubblica, che ha richiesto il concorso di ben 330 unità a Catania e di un’aliquota di 60 uomini dei reparti inquadrati a Reggio Calabria.

Un incremento incontrollato dei flussi migratori rischierebbe di porre ancor più sotto stress tale sistema.

Ma veniamo ora ai fatti di questi giorni.

Gli interventi oggetto della presente informativa sono stati condotti dalle navi ONG Humanity 1, Geo Barents, Rise Above e Ocean Viking.

È importante sottolineare che la totalità degli interventi è avvenuta in aree SAR non italiane, e precisamente maltese e libica, e che nessuno di essi è stato coordinato dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo italiano, né di altri Paesi.

Queste le singole vicende delle navi coinvolte.
La nave Humanity 1, battente bandiera tedesca, della ONG SOS Humanity, ha eseguito 3 interventi di recupero nel periodo dal 22 al 24 ottobre scorso, per un totale di 180 migranti in aree SAR libica e maltese.

A partire dal 23 ottobre, la Humanity 1 ha inoltrato alle Autorità italiane, oltre che a quelle maltesi e libiche e, per conoscenza allo Stato di bandiera, alla Germania, numerose richieste di “place of safety” (POS).

Internazionale, con una nota verbale indirizzata alla Repubblica federale tedesca, Stato di bandiera, ha sottolineato che gli interventi di recupero dei migranti erano stati svolti dalla nave in piena autonomia e in modo sistematico in aree SAR libica e maltese, senza ricevere indicazioni dalle autorità statali responsabili delle predette aree, informate, al pari dell’Italia, solo a operazioni avvenute.

La nota ha, altresì, rilevato che la condotta della nave non era “in linea con lo spirito delle norme europee e italiane in materia di sicurezza e controllo delle frontiere e di contrasto all’immigrazione illegale”, sollecitando pertanto lo Stato di bandiera a compiere ogni azione necessaria per l’individuazione di un POS per i migranti nell’esercizio dei propri poteri sulle navi.

Lo stesso giorno, sulla base della predetta nota verbale, ho emanato una direttiva alle Forze di Polizia e al Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, con la quale ho chiesto di informare il Dipartimento

della Pubblica Sicurezza sulle possibili evoluzioni della situazione, anche ai fini della valutazione dei presupposti per l’applicazione del divieto di transito e sosta della nave ONG nel mare territoriale italiano, come previsto dalle leggi vigenti.

Il 2 novembre, ho rappresentato al nostro Ministero degli Esteri l’esigenza di mantenere aperte le interlocuzioni con la Germania, al fine di sollecitare l’esercizio della sua giurisdizione sulla stessa nave e acquisire informazioni sulle persone a bordo.

In pari data, l’Ambasciata tedesca, negando ogni responsabilità dello Stato di bandiera, ha chiesto al nostro Ministero degli Esteri di fornire un sollecito supporto allo sbarco in un porto italiano delle persone a bordo della nave ONG, invocando il rispetto delle Convenzioni internazionali in materia.

Sempre il 2 novembre, la Farnesina ha inviato un’ulteriore nota verbale all’Ambasciata tedesca chiedendo informazioni sulle persone presenti a bordo – anche con riguardo ai profili di identificazione e a eventuali casi di vulnerabilità -, nonché sulle aree marine in cui la stessa aveva operato e sulle eventuali richieste di protezione internazionale.

Nella serata del 4 novembre, a seguito dell’ingresso della Humanity 1 in acque territoriali nazionali, ho adottato, sulla base dell’art. 1, comma 2, del decreto legge n. 130/2020, di concerto con il Ministro della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, avendone preventivamente informato il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Consiglio dei Ministri, “il divieto di sostare nelle acque territoriali nazionali oltre il termine necessario ad assicurare le operazioni di soccorso e assistenza nei confronti delle persone in condizioni emergenziali e in precarie condizioni di salute segnalate dalle competenti Autorità nazionali”. Il provvedimento specificava, altresì, che a tutte le persone rimaste a bordo dell’imbarcazione sarebbe stata comunque assicurata l’assistenza occorrente per uscire dalle acque territoriali.

Sottolineo che l’adozione del provvedimento appena evocato non ha imposto un divieto di ingresso assoluto, ma ha stabilito un divieto di sosta nelle acque territoriali oltre il tempo necessario a consentire la presa in carico delle situazioni di vulnerabilità a bordo.

Il 5 novembre, alla nave Humanity 1, è stato indicato il porto di Catania per le operazioni di soccorso e di assistenza alle persone in precarie condizioni di salute, e, nella serata, il locale ufficio di sanità marittima ha autorizzato lo sbarco di 143 dei 179 migranti a bordo.

Il 6 novembre, il comandante della Humanity 1, nonostante gli fosse stato intimato, in ottemperanza al decreto interministeriale, di lasciare il porto di Catania, dichiarava di non volersi allontanare fino a che non fossero sbarcati anche i rimanenti 36 migranti.

Dopo tre giorni, l’8 novembre, a seguito di valutazione psichiatrica dell’equipe medica dell’Azienda sanitaria locale, salita a bordo della nave, tutti i migranti sono sbarcati.

Quanto alla seconda nave, la Geo Barents, battente bandiera norvegese, della ONG Medici Senza Frontiere, informo che, tra il 27 e il 29 ottobre, la nave ha eseguito 7 interventi nell’area SAR maltese recuperando 572 migranti.

Dal 27 ottobre al 5 novembre la nave ha inoltrato alle autorità maltesi e italiane e, per conoscenza, a quelle norvegesi, ripetute richieste di POS.

Il 29 ottobre, la Farnesina, con una nota verbale alle Autorità norvegesi, formulava rilievi analoghi a quelli espressi per la nave Humanity 1 con riguardo alle modalità di svolgimento degli interventi e al mancato coordinamento da parte delle Autorità italiane, sollecitando la Norvegia a svolgere ogni azione necessaria per l’individuazione di un POS per i migranti.

Il 3 novembre, l’Ambasciata norvegese declinava ogni responsabilità come Stato di bandiera, affermando, di contro, la competenza dello Stato responsabile dell’area SAR, cioè Malta, e in subordine degli Stati costieri limitrofi.

Anche in questo caso il nostro Ministero degli Esteri inviava un’ulteriore nota verbale all’Ambasciata norvegese con le medesime richieste formulate alla Germania per la Humanity 1.

A seguito dell’ingresso della nave nelle acque territoriali nazionali, il 5 novembre, ho adottato il provvedimento di divieto nei confronti della Geo Barents analogo a quello della Humanity 1.

Il 6 novembre, alla nave è stato comunicato il porto di Catania, quale luogo designato per le operazioni di soccorso e di assistenza e, nella serata, le autorità sanitarie competenti hanno autorizzato lo sbarco di 357 dei 572 migranti a bordo.

Il 7 novembre, è stato intimato al Comandante della Geo Barents di lasciare il porto di Catania in ottemperanza al decreto interministeriale.

Lo stesso giorno, la nave, con comunicazione telematica indirizzata alle autorità italiane, contestando il provvedimento di divieto, ha segnalato il progressivo deterioramento della situazione a bordo e la sussistenza di condizioni di pericolo per la vita e l’incolumità fisica dei migranti, soggiungendo che tre di essi – immediatamente soccorsi – si erano gettati in mare dal ponte e che altri minacciavano di farlo.

Anche qui dopo tre giorni, l’8 novembre, a seguito di valutazione psichiatrica dell’equipe medica della locale ASL, salita a bordo della nave, tutti i migranti sono sbarcati.

Una vicenda del tutto diversa riguarda la nave Rise Above, battente bandiera tedesca, della ONG Mission Lifeline, che ha tratto a bordo 95 persone, a seguito di 3 interventi operati il 3 novembre sempre in acque SAR di Malta.

A partire dal 3 e fino al 7 novembre, la nave ha inoltrato alle autorità italiane, oltre che maltesi, libiche, tedesche e tunisine, diverse richieste di POS.

Il 7 novembre, data la criticità delle condizioni descritte dal Comando di bordo – con particolare riferimento alla scarsità di viveri e di carburante che avrebbe permesso la navigazione per non oltre 24/48 ore: si trattava effettivamente di un vascello di molto più limitate dimensioni – il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo italiano ha dichiarato lo stato di emergenza a bordo e, pertanto, d’intesa con il Ministero dell’Interno, ha comunicato alla nave di dirigersi verso il porto di Reggio Calabria, dove tutte le persone sono sbarcate il giorno seguente.

Riferisco volentieri, infine, in merito alla nave Ocean Viking, battente bandiera norvegese, della ONG SOS Mediterranee, che ha operato, dal 22 al 26 ottobre, 6 interventi per un totale di 234 migranti in aree SAR libica e maltese.

A partire dal 22 ottobre, la Ocean Viking ha inviato richieste di POS alle autorità italiane, maltesi, libiche, francesi, greche, spagnole e, per conoscenza, alla Norvegia, Stato di bandiera.

Nei confronti della Ocean Viking, è stata adottata, il 24 ottobre, una nota verbale da parte del Ministero degli Esteri con rilievi analoghi a quelli formulati per la Humanity 1 e per la Geo Barents, sollecitando la Norvegia, in quanto Stato di bandiera, a compiere ogni azione necessaria per l’individuazione di un POS per i migranti nell’esercizio dei propri poteri sulle navi.

Lo stesso giorno, sulla base della predetta nota verbale, anche nei confronti della Ocean Viking, ho segnalato, con la stessa, già citata direttiva, alle Forze di Polizia e al Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto la necessità di informare il Dipartimento della Pubblica Sicurezza sulle possibili evoluzioni della situazione, anche ai fini della valutazione dei presupposti per l’applicazione del divieto di transito e sosta nel mare territoriale italiano.

Il 2 novembre, ho rappresentato al nostro Ministro degli Esteri l’esigenza di mantenere aperte le interlocuzioni con la Norvegia al fine di sollecitare l’esercizio della sua giurisdizione sulla nave ONG e acquisire informazioni sulle persone a bordo, che, lo dico a margine, ci sono sempre state negate.

L’Ambasciata del Regno di Norvegia, il 3 novembre, ha negato qualunque responsabilità in ordine alle attività di search and rescue effettuate al di fuori della propria area SAR.

È, in proposito, appena il caso di evidenziare che l’intervento in questione non era avvenuto neppure in area SAR italiana.

Anche nel caso di specie, il nostro Ministero degli Esteri ha inviato un’ulteriore nota verbale all’Ambasciata norvegese chiedendo informazioni sulle persone presenti a bordo della nave, sulle aree marine in cui la stessa ha operato e sulle eventuali manifestazioni da parte delle persone a bordo della richiesta di protezione internazionale.

Tuttavia, sulla vicenda della Ocean Viking ci sono dei passaggi che credo meritino di essere sottolineati.

Innanzitutto, la Ocean Viking non è mai entrata in acque territoriali italiane. Di conseguenza, e lo sottolineo, alla nave in questione le autorità italiane non hanno mai notificato alcun provvedimento di divieto, al contrario di quanto avvenuto per la Humanity 1 e la Geo Barents.

Inoltre, nel primo pomeriggio dell’8 novembre i sistemi di rilevazione della posizione indicavano che la Ocean Viking, dopo aver sostato per diversi giorni davanti alle coste della Sicilia sud-orientale, aveva iniziato la navigazione in direzione ovest di sua spontanea volontà e senza fornire alcuna comunicazione né alle autorità italiane né a Malta, Paese assegnatario dell’area SAR e molto più vicino dell’Italia ai luoghi degli interventi.

La decisione della Ocean Viking di allontanarsi dalle coste italiane risulta essere stata presa dopo – come coincidenza temporale- che i media avevano già diffuso la notizia che le persone soccorse a bordo delle altre navi ONG erano tutte sbarcate.

I fatti, quindi, evidenziano come la Ocean Viking si sia diretta autonomamente verso le coste francesi.

Una decisione, questa, non solo mai auspicata dall’Italia, ma che ha di fatto creato attriti sul piano internazionale – anch’essi assolutamente non voluti dal Governo – con il rischio di produrre ripercussioni sulle politiche migratorie a livello europeo.

È un dato certo che le Convenzioni internazionali vigenti non stabiliscono a priori quale debba essere il POS, né che esso debba coincidere, come talvolta si dice frettolosamente, con il porto più vicino e, conseguentemente, che l’Italia debba farsi carico di tutti i migranti che vengono portati nelle nostre acque territoriali da assetti navali privati, perfettamente funzionanti, ben attrezzati e, quindi, senza problemi sotto il profilo della sicurezza della navigazione.

Segnalo che, allo stato, la gran parte delle navi ONG che operano in quel quadrante del Mediterraneo presenta caratteristiche simili di struttura.

Ora, sebbene sia indubitabile che l’operazione di salvataggio si concluda solo quando l’incolumità dei naufraghi non è più in pericolo e le loro esigenze di base sono soddisfatte e che la normativa internazionale non individui la nave intervenuta di per sé come un “luogo sicuro”, le “Linee guida” dell’IMO, organizzazione internazionale marittima onusiana, affermano che le navi “possano essere considerate Luoghi Sicuri Temporanei qualora esse siano in grado di ospitare in sicurezza i sopravvissuti”.

Lo sottolineo non solo perché molte delle navi ONG presentano le caratteristiche appena richiamate, ma soprattutto perché viene in questione, in base alla Convenzione UNCLOS e alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo, la responsabilità degli Stati di bandiera, sia ai fini della tutela dei diritti fondamentali delle persone salvate, sia ai fini dell’individuazione di un appropriato POS.

Sono queste le basi giuridiche delle interlocuzioni avvenute con le autorità tedesche e norvegesi, tenute a esercitare le proprie responsabilità di coordinamento delle operazioni SAR svolte da navi battenti la propria bandiera, impartendo loro le istruzioni necessarie.

Gli Stati di bandiera, quindi, avrebbero dovuto operare in stretto raccordo coi comandanti delle navi ONG, effettuando tutte le valutazioni preliminari della situazione esistente sulle navi e azionando, solo all’esito delle stesse e in mancanza di altre soluzioni, i meccanismi della cooperazione internazionale.

Pertanto, nelle circostanze che hanno visto protagoniste le navi ONG in questione, l’individuazione del POS avrebbe dovuto essere effettuata, in prima battuta, dallo Stato competente per l’area SAR in cui sono avvenuti gli eventi, quindi Malta e Libia, in cooperazione con lo Stato di bandiera delle navi ovvero, in assenza del coordinamento quantomeno da parte di Malta, dallo Stato di bandiera in cooperazione con gli Stati costieri limitrofi.

Conseguentemente, la richiesta di un POS in territorio italiano avrebbe dovuto essere inviata alle autorità italiane dallo Stato di bandiera delle navi ONG, e non da queste ultime, come è invece avvenuto.

Ebbene, nonostante ciò, l’Italia ha adottato una linea di azione ispirata a criteri di salvaguardia della vita umana, intervenendo anche in situazioni che andavano molto al di là dei suoi obblighi di diritto del mare ed europeo.

E qui assume rilievo la questione del comportamento delle navi delle ONG.

A proposito delle quali vale osservare che, proprio perché intervengono in contesti difficili, esse devono coordinarsi con le autorità competenti, scambiando flussi informativi tempestivi e completi.

È evidente che se le ONG agiscono sistematicamente in modo autonomo, diminuisce la capacità dello Stato di area SAR di dirigere e condurre a buon fine le operazioni di salvataggio.

Se poi, come avvenuto nei casi di specie, le navi ONG si dirigono verso i porti di uno Stato diverso da quello responsabile del coordinamento nell’area SAR senza osservare le procedure previste e in violazione delle leggi nazionali dello Stato costiero in materia di immigrazione, è legittimo considerare il transito di tali navi quale “passaggio non inoffensivo”, ai sensi dell’art. 19 della Convenzione UNCLOS, molto spesso invocato.

Vengo ora ad alcune, ulteriori considerazioni che attengono al ruolo delle imbarcazioni delle ONG nelle dinamiche dei flussi di immigrazione irregolare nel Mediterraneo centrale.

Sulla base delle più recenti analisi degli scenari di rischio periodicamente elaborate da Frontex, emerge che la presenza di assetti navali delle ONG, in prossimità delle coste libiche, continua a rappresentare un fattore di attrazione.

Il cosiddetto “pull factor”, secondo Frontex, va riferito sia ai migranti che si sentono rassicurati dalla presenza in mare di tali assetti sia alle organizzazioni criminali dedite al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, le quali plasmano il loro modus operandi in rapporto alla presenza di assetti ONG nell’area.

E questa constatazione prescinde dalle intenzioni umanitarie che muovono le ONG.

Su un piano più generale, l’Italia ha sempre sottolineato la necessità che gli arrivi di migranti conseguenti ad interventi di recupero in mare non possano pesare sui soli Paesi che rappresentano la frontiera esterna dell’Europa e che geograficamente sono i più esposti ai flussi.

Queste considerazioni valgono ancor più nel caso in cui gli interventi conseguano a operazioni non coordinate dagli Stati e condotte da navi facenti capo ad ONG e spesso in acque SAR non italiane, come avvenuto nei casi oggetto dell’odierna informativa.

Per questo abbiamo sostenuto, e sosterremo, l’esigenza di un maggior coinvolgimento dello Stato di bandiera dell’imbarcazione nel garantire che i propri comandanti rispettino le norme di diritto del mare e che assumano la responsabilità della gestione dei migranti.

Non può essere un soggetto privato a scegliere, in modo più o meno preordinato, il Paese dove sbarcare i migranti, determinando con ciò stesso l’applicazione delle regole di Dublino sugli Stati di primo ingresso.

Aggiungo che gli stessi Stati che esortano l’Italia ad accollarsi gli oneri dell’accoglienza, sono tra i fautori più intransigenti, in sede europea, del contrasto ai movimenti secondari e tra i principali oppositori al mutamento del regime di asilo di Dublino.

Come se fosse possibile bloccare i cosiddetti “movimenti secondari” e trascurare del tutto quelli primari che ne sono alla base e come se la solidarietà intra-europea fosse dovuta rispetto ai “movimenti secondari” e facoltativa per quelli primari.

Lo scorso 12 novembre, con la Dichiarazione congiunta dei Ministri dell'interno di Italia, Malta e Cipro e del Ministro della migrazione e dell'asilo della Grecia abbiamo convenuto sulla necessità e urgenza di una discussione seria su come coordinare meglio gli interventi nel Mediterraneo, garantendo che tutte le navi ONG rispettino le convenzioni internazionali e le altre norme applicabili, e che tutti gli Stati di bandiera si assumano le loro responsabilità in conformità alle stesse.

Quanto alle ulteriori iniziative intraprese sul piano politico a livello internazionale dal Governo, esse segnano sicuramente una discontinuità rispetto al recente passato.

Nei prossimi mesi entreranno nel vivo i negoziati su alcune delle principali proposte normative previste nel pacchetto di iniziative unionali noto come Patto europeo su migrazione ed asilo, ma tale insieme di strumenti al momento non è soddisfacente.

La già ricordata Dichiarazione congiunta dei 4 Stati membri più esposti ai flussi via mare, in linea con le finalità del Patto europeo, ha sostenuto la necessità di sviluppare una nuova politica europea in materia di migrazione e di asilo, realmente ispirata ai principi di solidarietà e responsabilità, e che sia equamente condivisa tra tutti gli Stati membri.

Come Ministri dell’Interno abbiamo richiamato l’approvazione, lo scorso giugno, di una Dichiarazione Politica che istituisce un meccanismo di relocation temporaneo e volontario, nonostante i Paesi MED 5 (Italia, Grecia, Cipro, Malta e Spagna) sostenessero uno schema di relocation obbligatoria.
Come è noto, questa forma volontaristica di ricollocazione non riesce a decollare sia perché il numero di impegni di relocation assunti dagli Stati membri partecipanti rappresenta solamente una frazione molto esigua del numero effettivo di arrivi irregolari in Italia nel corso di quest’anno, sia perché il numero di trasferimenti finora effettuati è decisamente molto basso.
Ad oggi, infatti, a fronte di una disponibilità manifestata da tredici Stati europei per oltre 8.000 ricollocamenti, sono state effettivamente trasferite dall’Italia solo 117 persone, di cui 74 in Germania, 38 in Francia, e 5 in Lussemburgo.

Aggiungo che l’attuale meccanismo di ricollocazione, per come è strutturato, finisce per selezionare soltanto i potenziali aventi diritto alla protezione internazionale, lasciando, quindi, ai Paesi di primo ingresso, cioè l’Italia, tutti coloro che migrano per ragioni economiche.
Segnalo che tale sistema non è la prima esperienza di redistribuzione di migranti che ha mancato gli obiettivi: anche con il famoso Accordo di Malta i trasferimenti effettuati sono stati circa 1000 in un arco temporale di quasi 4 anni.
Si tratta, come è evidente, di risultati del tutto insoddisfacenti e che ci rafforzano nella convinzione di dover superare le criticità registrate, attraverso un sensibile miglioramento del Patto europeo, lavorando insieme per politiche europee realmente efficaci.
In questa prospettiva, nel solco dei recenti contatti con i Paesi Med 5, ho condiviso l’intenzione di presentare un Piano volto a rilanciare l’impegno europeo in favore dei principali Paesi terzi di origine e transito dei flussi migratori.
L’Italia è favorevole ad un Piano complessivo di sostegno allo sviluppo del Nord Africa, che coniughi le misure per la crescita con quelle per la sicurezza e il contrasto al traffico di esseri umani e che, soprattutto, sia “condizionato” ad una maggiore collaborazione per la prevenzione delle partenze e per l’attuazione dei rimpatri.
Come efficacemente indicato dal Presidente del Consiglio, serve un “Piano Mattei” per l’Africa, cioè programmi d’investimento di ampio respiro verso i Paesi destinatari che hanno dinamiche demografiche esplosive e che devono essere coinvolti nella gestione delle risorse messe a disposizione affinché si realizzino processi di crescita duraturi e sostenibili.
È questa una scelta strategica per il futuro delle istituzioni e dei cittadini europei, ma anche per assicurare la realizzazione delle speranze delle giovani generazioni africane.
Sempre in coerenza con gli impegni programmatici del Governo, stiamo affrontando il tema della migrazione legale, sia per proseguire e incrementare le diverse iniziative di corridoi d’ingresso umanitario in Italia di persone vulnerabili, sia per verificare possibili strategie per utilizzare percorsi di migrazione legale come leva nei confronti dei Paesi terzi di origine e transito dei flussi.

In una prospettiva globale di approccio ai temi migratori si inserisce infatti lo strumento collaudato dei corridoi umanitari che – ci tengo a evidenziarlo – assicura un percorso di accoglienza capace di coniugare sicurezza, tutela dell’incolumità delle persone e legalità, essendo imperniato su una logica diametralmente antitetica a quella del traffico dei migranti.

Nella stessa direzione, in recenti contatti con i Paesi del cosiddetto gruppo Med 5, ho anticipato l’idea di un possibile intervento normativo nazionale per creare percorsi di ingresso legale in favore di quei Paesi terzi che garantiscano concretamente la loro collaborazione nella prevenzione delle partenze e soprattutto nell’attuazione dei rimpatri.

Si tratta di un’iniziativa – da portare avanti d’intesa anche con i Ministeri del Lavoro e degli Esteri – che mira a rivedere gli attuali meccanismi previsti dal testo unico per l’immigrazione, a partire da quelli applicati per i decreti flussi, inserendo uno strumento premiale per i Paesi più impegnati nella lotta all’immigrazione illegale con l’obiettivo di contrastare il traffico dei migranti e, al contempo, rafforzare i canali di ingresso legale.
Queste sono le linee di azione del Governo per invertire una rotta che per anni non ha tenuto adeguatamente in conto l’interesse nazionale.
È, infatti, indispensabile che la gestione dei flussi non sia abbandonata allo spontaneismo, né tantomeno alle organizzazioni criminali dei trafficanti di esseri umani.
Abdicare al controllo delle frontiere equivale a favorire le reti criminali e a mettere a repentaglio l’incolumità dei migranti e la sicurezza dei cittadini dei Paesi di destinazione dei flussi. È bene sottolinearlo: non ci resta altro tempo per dare una risposta seria e decisa alla necessità di ricondurre il fenomeno migratorio ad una rigorosa cornice di legalità.
A testimoniarlo non ci sono soltanto i morti in mare, ma anche chi, sopravvissuto, si ritrova schiavo, costretto a vivere nei ghetti, vittima di tratta o anche, nella migliore delle ipotesi, di sedicenti cooperative che impiegano manodopera senza alcuna tutela.
L’Italia continuerà, come ha sempre fatto, a rispettare i suoi impegni internazionali e pretenderà, a buon diritto, che gli altri Stati facciano lo stesso. L’Italia non è mai venuta meno, e certo non lo farà con questo Governo, alle sue tradizioni di solidarietà e accoglienza. Bisogna però riconoscere senza ipocrisia che l’accoglienza ha un limite invalicabile nella capacità dello Stato di ingresso di assicurare percorsi di integrazione concreti ed efficaci e in questo senso il controllo dei flussi migratori è condizione indispensabile per coniugare sicurezza, legalità e coesione sociale.
In sostanza, dunque, il nostro approccio a questi temi, fondamentali per la convivenza civile e la sicurezza dei cittadini, sarà basato su pragmatismo e concretezza, nella continua ricerca di un dialogo costruttivo e di una piena collaborazione, sia in ambito bilaterale che europeo, come autorevolmente affermato dal nostro Presidente della Repubblica.
Non smetteremo di costruire condizioni e strumenti, sul piano interno, europeo e internazionale, affinché accanto al diritto di emigrare sia assicurata a ogni persona la libertà di restare nel proprio Paese ovvero la possibilità di condurre una vita sicura e dignitosa nella propria terra.
Il Governo perseguirà questa linea con determinazione e coraggio e sono sicuro che l’Unione europea saprà essere all’altezza delle sue radici di civiltà, dei suoi valori unificanti e delle sfide globali che abbiamo di fronte, mettendo in campo una grande politica comune per le migrazioni.

 

FAMIGLIE ACCOGLIENTI SEGNALA

"CARCERE, UN MONDO DA SCOPRIRE" - CORSO RESIDENZIALE CON RILASCIO ECM, SENIGALLIA (AN)

Sino 27 Novembre sono aperte le iscrizioni online per il corso residenziale con rilascio crediti ECM "Carcere, un mondo da scoprire", che si focalizzerà sui diritti umani, sanitari e sociali di persone che vivono una diseguaglianza nella diseguaglianza. Il corso avrà luogo l'1 e 2 dicembre 2022 presso la Biblioteca Comunale Antonelliana di Senigallia (Ancona), organizzato dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni in collaborazione con il GrIS Marche.

Il corso affronterà l’esperienza della detenzione già di per sé è un rischio per la salute, per le condizioni degradate di strutture, celle e spazi comuni, per il sovraffollamento e l’elevato turn over delle persone detenute e, di conseguenza, per un rischio maggiore di contrarre malattie. Durante il seminario saranno oggetto di particolare approfondimento diversi temi soprattutto la situazione riscontrata negli istituti di pena nazionali e marchigiani, dal punto di vista medico, psicologico e sociale con particolare sguardo agli stranieri, ai fragili, alle donne ed ai minori. In un’ottica interprofessionale e multiprofessionale, interistituzionale una parte dell’evento formativo sarà incentrata sull’individuazione di modelli di approccio utili a costruire interventi capaci di “(ri)pensare le diseguaglianze”, sia in ambito sanitario e sociale sia educativo, con il fine di potenziare l’efficacia degli interventi stessi, promuovere la costruzione di alleanze con gli altri attori istituzionali del territorio coinvolti a vario titolo, favorire una presa in carico professionale e multidimensionale del detenuto per un’adeguata assistenza socio-psicologica e sanitaria al fine di favorire il reinserimento sociale di chi è stato sottoposto a misure di detenzione.

L’approccio formativo si avvale di metodologie didattiche finalizzate a sviluppare una coscienza critica affrontando temi che hanno a che fare con i diversi ambiti di competenza professionale, con uno sguardo alle disuguaglianze tra i detenuti (stranieri, donne e minori) , col fine di orientare i partecipanti al lavoro in equipe multidisciplinari e multiprofessionali, per arrivare alla pianificazione di percorsi clinico-assistenziali che tengano conto della multidisciplinarità e multiprofessionalità. 

In allegato il programma dettagliato del corso e le modalità di iscrizione.

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