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Torino, 12/10/2018

1.


Mi sono sempre piaciuti i videogiochi. Non tutti però. Mi piace quando un videogioco è un pretesto per esplorare un mondo: abitarlo, scoprirlo, a volte fotografarlo. Non mi piace quando tutto quello che c'è da fare è ammazzare e non farsi ammazzare: davvero non capisco la competizione. Mi ricordo quando ho saputo che era così. Lo schermo grigio-verde del Game Boy, avevo messo dentro Super Mario: detestavo saltare sui Goomba e evitare le piante piranha, passavo il tempo a cercare passaggi segreti da esplorare.

Un pomeriggio dei miei diciassette anni mio padre è rientrato dal lavoro con dentro una busta – c'è da dire: inspiegabilmente – Baldur's Gate in quattro CD masterizzati da un collega: una cosa fatta bene, le copertine stampate a colori e tutto il resto. Da quel pomeriggio una delle cose che preferisco fare è trovarmi al centro di un mondo che non conosco, in mano una mappa che si svela solo via via che lo esploro.
 

2.


Rileggevo Aaron Swartz, una serie di sette articoli che si chiama Raw Nerve, scritta tra il 18 agosto e il 25 settembre 2012. Dentro ci sono molte cose notevoli, una in particolare più di altre.

È la storia di Carol Dweck. Statunitense, psicologa, insegna a Stanford. Nel 1978 una ricerca condotta sottoponendo a un gruppo di bambini rompicapi via via più difficili la portò a individuare due modi diversi di reagire ai fallimenti: il fixed mindset e il growth mindset [1] – qui sotto traduzione mia, originale in nota [2]:

Per chi ha una mentalità fissa il successo consiste nel provare quanto si è naturalmente dotati. Sforzarsi è una cosa negativa: se c'è bisogno di provare e di fare domande allora è ovvio che non si è poi così bravi. [...] Per chi ha una mentalità orientata alla crescita il successo viene dalla crescita. Il punto è esattamente sforzarsi: è la cosa che ti fa crescere.

Mi sembra interessante: ma un'interpretazione un po' rigida, determinista. «Fixed» è tanto inevitabilmente connotato in negativo quanto «growth» lo è in positivo. Poi scrive Swartz [3]:

Dweck applicò una mentalità orientata alla crescita alla questione della mentalità e scoprì che la mentalità poteva essere cambiata. [...] Era in grado di trasformare persone con una mentalità completamente fissa in persone fervidamente orientate alla crescita.

Dicevo: determinismo, una retta orientata da negativo a positivo. Ti prendo che sei tutto fisso, ti aggiusto, insegno a crescere. Invece mi sembra più utile pensare a un'oscillazione tra due stati che in ogni istante sono contemporaneamente presenti, e uno di volta in volta prevale un po' sull'altro. Mi sembra più utile perché in effetti se ci penso è tutta la vita che oscillo.
 

3.


L'ultima grossa oscillazione, ad esempio.

A un capo della traiettoria del pendolo ci sono io un pomeriggio di otto anni fa quasi esatti. Abitavo a Milano, lavoravo in casa editrice. Un collega mi fece notare un errore in un documento che avevo preparato. Protestai vigorosamente, dissi di fronte all'evidenza: non è possibile! Avevo bisogno di dimostrare di essere bravo, naturalmente e senza sforzo. Non ero in alcun modo in grado di riconoscere un errore: c'era il rischio che andassi in mille pezzi.

All'altro capo della traiettoria del pendolo ci sono io adesso, mentre scrivo. «Non lo so: vediamo, proviamo» è la risposta che ultimamente ho voglia di dare a chi mi chiede come si fa qualcosa. Nel mio lavoro ogni tanto faccio cose buone, ogni tanto sbaglio: a differenza di otto anni fa riesco quasi sempre a riconoscere un errore, a parlarne, a provare a portarmi via qualcosa di buono per fare meglio la prossima volta.

Tra i due capi della traiettoria del pendolo ci sono i punti intermedi: può darsi che la settimana prossima avrò di nuovo bisogno di sentirmi bravo naturalmente e senza sforzo. Gli ultimi otto anni non sono stati in alcun modo un movimento uniforme su una retta orientata. Quello che è cambiato è che ho imparato a oscillare: soprattutto a darmi la spinta per iniziare a farlo.
 

4. 


Ambra ha risposto alla mia newsletter di due settimane fa – dicevo: non voglio aver bisogno dei social media – con una domanda:

Mi chiedo, per chi inizia ora a fare comunicazione, e quindi non può contare su una base di seguaci già esistente, cosa rimane per farsi conoscere? [...] Chi vuole che qualcuno entri nel suo benedetto sito proprietario come fa a portarcelo?

Ambra, non lo so: vediamo, proviamo. Siamo tutti – anche chi non inizia ora – al centro di un mondo che non conosciamo, in mano una mappa che si svela solo via via che lo esploriamo. Poi non siamo del tutto impreparati. Sappiamo che non possiamo – forse non avremmo mai dovuto – vendere la nostra comunicazione online ai social media più in voga, e che tradirla per un po' di attenzione facile sul lungo periodo ti taglia le gambe. Sappiamo che ci sono modi per portare qualcuno sul nostro benedetto sito proprietario e che ne troveremo altri di nuovi o che ce ne ricorderemo di vecchi e ancora efficaci.

Benissimo. Ma quello che conta di più secondo me – quello che conta per primo, che è essenziale a tutto il resto, che è il materiale in cui scavare le fondamenta – è: avere voglia.

Avere voglia di esplorare il mondo in cui ci troviamo, di allacciarsi bene le scarpe con un nodo doppio, chiudere lo zaino, partire. Avere voglia di esplorare davvero: di abitare lo spazio e il tempo, prestare attenzione, non avere fretta, non correre a rotta di collo verso la meta, cambiare strada se serve, provare ad arrampicarsi col rischio che il ramo non regga, essere pronti a cadere, se serve. Avere voglia di svelare la mappa, e che si sveli solo esplorando e non diversamente. Non restare paralizzati nel bisogno di averla in mano già pronta prima di partire, anzi: come condizione necessaria a partire, e nel frattempo ad aspettare, immobili e spaventati. Scrollarsi di dosso lo sguardo degli altri, smettere di avere paura di provare, di fare domande e di sbagliare, se serve.



[1] Faccio finta di provare a tradurre, ma suona così bene non  tradotto: mentalità fissa, mentalità orientata alla crescita.

[2] In the fixed mindset, success comes from proving how great you are. Effort is a bad thing — if you have to try hard and ask questions, you obviously can’t be very good. [...] In the growth mindset, success comes from growing. Effort is what it’s all about — it’s what makes you grow.

[3] Dweck applied a growth mindset to the question of mindset — and discovered that your mindset could itself be changed. [...] She could change totally fixed-mindset people into fervent growth-mindset ones.
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