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Madò che bombetta
Sto scrivendo un libro per i tipacci di Zandegù. Esce in primavera, parla di cosa significa fare il freelance sul serio, secondo me. Questa è una specie di bozza, o un'anticipazione. Non so.
Torino, 17/02/2017

1. L'oggetto di questa newsletter intende essere ironico.


L'altro giorno stavo lavorando appoggiato al bancone della cucina con Cecilia infilata nel marsupio che rifiutava di addormentarsi. Enrica mi ha visto e ha detto che avrei dovuto scrivere un articolo e chiamarlo «Io, mammo precario».

Ci siamo messi a ridere, poi ho pensato che qualcuno del Fatto Quotidiano avrebbe pagato per poter scrivere un articolo del genere, poi ho pensato che probabilmente un articolo del genere era già stato scritto, probabilmente da un blogger del Fatto Quotidiano. Poi ho deciso di usarlo come oggetto di questa newsletter: perché era un'opportunità troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Se io fossi una persona seria questa newsletter si chiamerebbe: Confutazione di tre luoghi comuni sul lavorare da casa. Cominciamo senz'altro.


2. «Beato te che lavori da casa» 


Il resto della frase cambia a seconda del contesto. «Beato te che lavori da casa e ti puoi gestire il tempo», «Beato te che lavori da casa e non devi andare in ufficio tutte le mattine», oppure – new entry piuttosto recente – Beato te che lavori da casa e puoi stare con tua figlia.
 

3. «Beato te che lavori da casa e ti puoi gestire il tuo tempo»


Una delle cose più importanti per stare bene con gli altri, secondo me, è saper stare dentro un contesto di regole e abitudini condivise. Esiste un contesto di regole e abitudini condivise che regola la gestione del tempo – quello del lavoro, il tempo libero – e – a meno che non si preferisca vivere in perfetta solitudine – questo contesto secondo me va rispettato.

Questo significa che se il resto del mondo lavora più o meno dalle 9 alle 18 dal lunedì al venerdì e tu lavori col resto del mondo, probabilmente dovrai adattarti e fare più o meno gli stessi orari. Mi è capitato di mollare tutto e andare a camminare in collina di giovedì perché sì? Certamente. Quando devo andare all'Ikea ci vado di martedì mattina perché è empiricamente il giorno con meno gente in assoluto? Yes sir. Se mi sento molto stanco e non riesco più a pensare prendo il cane e vado a farmi un giro a qualsiasi ora? Puoi giurarci

Allo stesso tempo però i miei clienti si aspettano ragionevolmente richieste, domande, feedback e aggiornamenti dal lunedì al venerdì e dalle 9 alle 18. Io mi regolo di conseguenza, e mi aspetto che loro facciano altrettanto. Col tempo ho anche imparato a non lavorare nei fine settimana e durante i periodi di vacanza — emergenze a parte — a cercare di non lavorare la sera e di dormire otto ore per notte1.

Non solo: col tempo ho anche imparato a non apprezzare chi lavora nei fine settimana, durante i periodi di vacanza e la sera dopo una certa ora, o chi lavora tutta la notte. Perché in un certo senso si aspetta da me che io faccia lo stesso – ti ho scritto un'email domenica mattina, perché non hai risposto? –, stabilisce una routine che trovo poco sana, per niente produttiva e molto stressante, e non ha rispetto di un contesto di regole e abitudini condivise. Lo trovo poco professionale, e cerco di evitare di lavorare con chi ritiene che prendersi una pausa, andare in vacanza, dormire la notte e avere ritmi di lavoro sostenibili significhi non lavorare abbastanza.

Lavoro di giorno, più o meno ogni giorno otto ore, più o meno cinque giorni a settimana. Ogni tanto approfitto della flessibilità che mi dà non avere un ufficio e non dover timbrare il cartellino. Mi fermo un paio di settimane a Natale, una settimana a Pasqua, un mese d'estate. Faccio i ponti e non lavoro il weekend. La sera e il mattino mi piace prendermi del tempo per me. La notte dormo e a volte dormo anche un'ora dopo pranzo. Il modo in cui uso il tempo è come un secchio: è banale ma funziona, fa bene il suo lavoro ed è molto difficile da migliorare. 


4. «Beato te che lavori da casa e non devi andare in ufficio tutte le mattine»


Quasi tutte le mattine io e Enrica prendiamo il caffè a letto – uno dei due si alza, lo fa e lo porta all'altro. Poi ci alziamo per fare colazione, ci prepariamo e andiamo in studio a lavorare.

Lo studio è una porzione della nostra camera da letto2. C'è una scrivania a muro – che condividiamo – due sedie da ufficio bianche, una cassettiera con le ruote, una libreria bianca in metallo che divide la camera da letto dallo studio, una mensola lunga come tutta la scrivania che una volta ci è quasi caduta in testa, e basta. Verso mezzogiorno a uno dei due viene fame, allora pranziamo e ci riposiamo un po'. Se non c'è fretta dormiamo un'ora, e poi ricominciamo fino alle sei – o prima, se riusciamo a finire prima.

Lavorare da casa mi piace moltissimo. Abbiamo progettato lo spazio secondo le nostre esigenze. La scrivania è all'altezza giusta da terra – una tavola grezza di abete che Enrica ha pulito con la cartavetro e verniciato con l'impregnante, con due fori fatti apposta per far passare i cavi e tre ciabatte avvitate al verso del piano di lavoro. Le sedie sono comode e non fanno venire mal di schiena nemmeno a starci seduti sopra per molte ore. Ho tutto quello di cui ho bisogno per lavorare tranquillo, non devo uscire per fare in ufficio un lavoro che posso tranquillamente fare da casa, in studio c'è una bella luce e il caffè non fa venire l'acidità come quello delle macchinette. Quando sono stufo e ho la testa piena posso alzarmi e uscire, fare un giro per il quartiere o andare al parco con Momo.

Però lavorare da casa e farlo bene – ho scoperto col tempo – è anche abbastanza complesso. Prima di tutto bisogna avere una casa adatta e i mobili giusti. La nostra prima casa insieme non aveva uno spazio dedicato da usare come studio, né le sedie da ufficio o la scrivania all'altezza giusta. Lavoravamo io dal tavolo della cucina – un tavolo Ikea da esterni con la struttura in metallo e il piano in vetro che odiavo – e Enrica da uno scrittoio piccolo e scomodo in camera da letto. Le sedie erano sedie normali, dure e rigide. A volte il pavimento non era perfettamente in piano e ballavano un po'. La distanza tra il pavimento e il piano di lavoro era sempre sbagliata. Nel giro di qualche mese io avevo quasi sempre o mal di testa, o male alla schiena, al collo o alle spalle. Enrica – che lavorava molto usando il telefono – era a farsi le infiltrazioni ai polsi, che si erano infiammati e le facevano male.

Poi serve la casa giusta con gli spazi giusti. Ci va una stanza o uno spazio chiaramente separato dal resto della casa da usare esclusivamente come luogo di lavoro. Perché? Perché bisogna segnare dei confini, tenere il lavoro da una parte e il resto della vita da un'altra, e entrambe le cose il più possibile separate: oppure dopo un po' si esce di testa.

Prima di avere uno studio casa nostra era il nostro studio. E allora mi capitava di apparecchiare per la cena il tavolo da cui avevo appena tolto il computer, oppure di cenare su metà tavolo apparecchiato – con sull'altra metà tutte le cose del lavoro lì a guardarci – o di mandare l'ultima mail dallo stesso divano che usavamo per guardare Netflix e prendere il caffè, o a Enrica di alzarsi dallo scrittoio e infilarsi direttamente a letto – che tanto è giusto lì di fianco.

Alla fine in quella casa non riuscivamo più a starci. Ce ne siamo andati soprattutto per questo: perché era diventato impossibile chiudere il lavoro dentro una stanza e fuori dalla testa, e decidere di pensare ad altro quando volevamo pensare ad altro. Vivere lì dentro era diventato confuso e soffocante, perché non c'erano confini e tutto era diventato concitato e mischiato e incredibilmente faticoso. È vero, per iniziare basta pochissimo. Ma dopo che hai iniziato da un po' allora si può anche avere bisogno di altro. E non è il caso che il minimalismo diventi una tortura.
 

5. «Beato te che lavori da casa e puoi stare con tua figlia»


Ci sono due cose che si dicono molto in giro, che c'entrano col lavorare in proprio e avere dei figli e che secondo me sono false.

La prima è che se lavori in proprio la maternità non ti spetta – oppure ti danno quattro soldi. Senza entrare troppo nei dettagli: se lavori in proprio hai diritto a 5 mesi di maternità – da fare tutti: se inizi poi devi anche finire – e a un assegno mensile calcolato sull'80% del fatturato dell'anno precedente. L'assegno è tassato al 40%, ma se si è fatturato bene – e con bene intendo: da portarsi a casa uno stipendio normale, da ceto medio – allora l'assegno di maternità è comunque una cifra interessante. La nostra esperienza in generale è buona: i bonifici arrivano puntuali e se scrivi via mail all'INPS loro ti rispondono nel giro di 24 ore e sono disponibili e gentili. Ripeto: è la nostra esperienza, magari per altri è stato più difficile, ma il calcolo dell'assegno è quello per tutti, e da lì non si scappa. 

La seconda è che se lavori in proprio e lavori da casa hai più tempo da passare con i tuoi figli. La nostra esperienza è che in una casa normale con bambini piccoli in giro non si può lavorare: o vanno via loro, o vai via tu.

Intendiamoci: se il tuo lavoro in realtà non deve contribuire in modo sostanziale al reddito della famiglia – se non è indispensabile per pagare l'affitto, le bollette e Amazon Prime – allora puoi tranquillamente lavorare da una casa con dei bambini piccoli dentro, nei ritagli di tempo oppure mentre dormono, come riesci. In ogni caso la tua famiglia non dipende dal tuo reddito, e anche se le cose vanno male non importa3.

Se invece il tuo lavoro è un lavoro vero, con cui devi guadagnare dei soldi veri – diciamo: da 25.000 euro all'anno in su nel regime dei minimi, da 50.000 euro all'anno in su nel regime ordinario – allora lavorare da una casa con dentro dei bambini piccoli è impossibile. Ci sono troppe cose a cui tenere dietro, troppa concentrazione e attenzione da dedicare, troppo tempo da usare e troppe distrazioni appena dietro l'angolo. A meno che tu non abbia una casa davvero molto grande – con un piano diverso o uno spazio staccato e indipendente in cui lavorare – e qualcuno che se ne occupi senza interromperti ogni dieci minuti con domande e richieste, in una casa con dentro dei bambini non si riesce a lavorare o te ne vai tu o se ne vanno loro4.

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1. Dormire otto ore per notte è il vero segreto della felicità, lo sanno tutti.

2. Prima che nascesse Cecilia lo studio e la camera da letto erano due stanze diverse. Poi abbiamo dovuto stringerci un po'.

3. Questa è una cosa che mi ha insegnato mia madre. So di essere particolarmente duro, e so che qualcuno potrebbe offendersi. Se qualcuno si offende: mi dispiace, non è mia intenzione, ma il mio punto di vista è questo. Secondo me fare sul serio significa guadagnare ogni mese i soldi che servono a essere indipendenti e a vivere dignitosamente – affitto, bollette, mangiare, vestirsi, togliersi un paio di sfizi – senza bisogno di essere aiutati da qualcuno. Altrimenti non si fa sul serio: si aiuta, si arrotonda, si dà un contributo. Ma non basta: non si è indipendenti, e se va storto qualcosa è un casino.

4. Dopo un po' di tentativi ho deciso di prendere un posto in un coworking. Enrica mi seguirà alla fine della maternità, e torneremo a lavorare in casa da settembre, quando Cecilia inizierà ad andare al Nido.
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