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You know the Moon / You know the stars
Questa settimana. Su Guido è uscita la nuova raccolta sul calendario marketing. Sto leggendo La vita segreta di Andrew O'Hagan – il primo pezzo su Julian Assange è incredibile – e Far from the Tree di Andrew Solomon – 962 pagine che non ho alcuna reale speranza di finire. Ho letto anche questo pezzo molto figo su Second Life. Su Netflix c'è il documentario su Jim Carrey mentre gira Man on the Moon. Corri ad ascoltare Le quattro stagioni di Vivaldi ricomposte da Max Richter.
Torino, 12/01/2018

1.


Ho iniziato a usare internet verso la metà degli anni '90. Avevo tutto il repertorio che vent'anni dopo la nostalgia esige. Il computer desktop con processore Pentium e schermo a tubo catodico. Il case del computer sempre aperto per aggiungere e togliere pezzi. La prolunga del filo del telefono che da camera mia andava alla presa in camera dei miei. Il modem a 56k – blu – che per collegarsi componeva un numero di telefono e faceva quel suono lì. Quel suono lì, simbolo del futuro allora come ora dei tempi andati, belli. I cd per configurare la connessione che tutti i provider davano gratis con riviste e quotidiani. Il vicino più grande e un po' nerd che sapeva come usare quei cd e veniva a casa a metterti internet. Stare online coi minuti contati – un'ora al giorno, non più: altrimenti il telefono era occupato troppo a lungo, la bolletta troppo cara. La scusa a cui sia io che i miei fingevamo di credere: che tutto questo servisse per la mia formazione, per aiutarmi a studiare.

Verso la metà degli anni '90 – e poi ancora, anche se progressivamente sempre meno, per i dieci anni a seguire – internet è stato per me un luogo remoto, isolato, vagamente spaventoso, meraviglioso – in senso barocco – scarsamente abitato e da un assortimento di persone che condividevano più di altro – più di gusti, opinioni, idee, valori – uno spazio e un tempo: essere lì e non altrove in quel momento, per primi, quando ancora quasi non c'era nessuno. Pionieri e coloni quando fuori sembrava non ci fosse più niente di nuovo da esplorare e abitare.

Da parte mia percorrevo internet come – credo – avrei fatto dopo un naufragio su un'isola sconosciuta. L'eccitazione che mi dà la scoperta – del mai visto, toccato, ascoltato, assaggiato, annusato. Il senso di compiutezza che mi dà leggere, interpretare e organizzare per la prima volta un mondo nuovo. La serenità ordinata che mi dà cercare, scoprire e conservarne frammenti per allestire una mia camera delle meraviglie. La debita distanza che mi va di tenere nei confronti degl altri abitanti – autoctoni o naufraghi che siano.
 

2.


Non sono mai stato molto bravo a stare con gli altri. Non mi piacciono i grossi gruppi di persone. Fatico con le grosse tavolate di conoscenti o parenti. Non ho mai avuto né voluto una comitiva di amici. Patisco gli sconosciuti che cercano di attaccare bottone e quelli che commentano qualcosa a voce alta cercando una sponda per litigare o per farsi dare ragione.

È una cosa – stare con gli altri – che ho provato a imparare negli ultimi anni, soprattutto grazie a Enrica. Ho provato a impararla come si fa con una lingua straniera: regole, consuetudini, imitazione, tentativi, errori. Ma non è la mia lingua – e a questo punto non credo lo sarà più. Come dire: la lingua in cui sogno è un'altra.

Il motore che guida le relazioni tra persone mi mette a disagio. Tim Urban l'ha chiamato «Il mammut della sopravvivenza sociale». È il bisogno di essere accettati dal proprio gruppo – bisogno che porta a conformarsi, a voler compiacere, a preoccuparsi del giudizio altrui. Mi mette a disagio come il suo contrario: l'anticonformismo, il desiderio di dispiacere, il disinteresse ostentato per gli altri. In entrambi i casi si reagisce: speriamo mi accettino perché sono come loro; speriamo mi ammirino perché sono diverso.

Non mi intressa vivere reagendo così come non mi interessa tutto quello che si porta dietro: competizione, ansia, invidia. Resto ogni volta stupito di fronte al tempo e alla violenza impiegati per cercare di costringere gli altri a somigliarci – così come di fronte alle vite dissipate nel tentativo di somigliare.

Quello che mi interessa invece – ho scoperto – sono tre cose. Fare quello che faccio unicamente perché mi piace e mi fa stare bene. Esplorare, scoprire e condividere. Dare attenzione alle persone a cui tengo, un disinteresse gentile agli altri.
 

3.


Ho sostanzialmente smesso di usare Facebook sei mesi fa. Lo uso per lavoro, c'è la pagina di Enrica. Ma l'ultima cosa mia è il lancio del nuovo sito di Guido, il 9 giugno 2017. Ogni tanto entro per controllare le notifiche e Facebook fa cose sempre più disperate, come spronarmi a scrivere qualcosa o segnalarmi che qualcuno dei miei contatti ha condiviso un link. Corro subito a vedere, guarda.

Non sono mai stato molto bravo a stare con gli altri, dicevo. Facebook per me è per eccellenza il luogo degli altri. Una manifestazione amplificata e velocizzata delle relazioni sociali che definiscono la nostra vita – come specie molto prima che come persone. Una manifestazione che è diventata per me sostanzialmente impossibile da controllare, che trovo aggressiva e violenta.

Facebook per me è più di ogni altro il luogo delle cose che non voglio sapere, delle informazioni che non voglio avere, delle opinioni di cui non voglio essere al corrente, dei dibattiti che non voglio seguire, delle tendenze di cui non voglio essere consapevole. Perché poi mi distraggo, mi agito, mi arrabbio senza motivo – e senza averne niente in cambio. A cosa mi serve saperlo?

Ho provato a selezionare. Facebook continua a farmi vedere cose che non voglio vedere. Del resto selezionare quello che voglio o non voglio vedere su Facebook – lavorare per Facebook – non mi interessa. Pensavo che il punto non è lo strumento ma le persone e come decidono di usarlo. «Se non ti interessa nascondilo», dicevo. Un'idea che ora mi sembra un po' ridicola e un po' offensiva.
 

4.


Ho iniziato a usare Twitter diversamente da come è progettato e promosso. Non come media o rete di persone ma come strumento per esplorare, scoprire e condividere.

Twitter mi piace ancora perché di tutti i grossi nodi di informazione online mi sembra quello più vicino a essere ancora almeno in parte remoto, isolato, vagamente spaventoso, meraviglioso. Di sicuro è il più scarsamente abitato. È bizzarro, scoordinato, limitato e relativamente difficile da usare. È anche l'unico che ha ancora una timeline cronologica. È pieno di bot, pazzi furiosi, molestatori, gente strana, propaganda, maniaci, mostri, e ospita una bizzarra internazionale neonazista. Però con un po' di ricerca e selezione è anche una frontiera: con i pionieri, i coloni e un sacco di roba interessante. Per certi versi mi ricorda Tumblr, altro posto che vorrei tornare a esplorare.

Su Twitter ho trovato una pianta che cresce, un esperto dell'ultima era glaciale, un bot che pubblica arte giapponese, patiti di linguistica inglese, un robot su Marte, l'unica persona per cui potrei tornare a lavorare da dipendente, un esperto di manoscritti medievali, ovviamente Austin Kleon, Robert Macfarlane. Ho tolto quasi ogni riferimento all'attualità, alle notizie, a quello che succede nel mondo in questo momento: cioè esattamente quello che Twitter si propone di essere.

Ho fatto più o meno la stessa cosa con Instagram – silenziando tra l'altro quasi tutte le storie. Ho tenuto tra l'altro un architetto italiano che lavora in Burkina Fasoe uno catalano – designer che lavorano con i fiori – tra tutti lei – gente che racconta storie disegnando – ad esempio Glen Baxter  – fotografi –  ad esempio Tekla Evelina Severin – cose di persone e posti lontani – Steve McCurry, Ben Saunders, New Yorker Photo, e un sacco di cose strane – Melted Butter, Libri Belli, Beijing Silvermine, Scenic Simpsons.


5.


L'altro giorno Kottke linkava un pezzo che suggerisce di «stop reading what Facebook tells you to read and use your browser bar (or bookmarks) instead». Non so se sia la cosa che fa per me, di sicuro mi trovo molto bene con due altri strumenti altrettanto asimmetrici e asincroni.

Quando trovo qualcuno o qualcosa di interessante da seguire guardo se ha un blog aggiornato regolarmente. Se ce l'ha lo aggiungo su Feedly. I feed RSS restano il mio modo preferito di tenermi aggiornato quasi in tempo reale. Quasi è la parola chiave. Leggo cose quasi recenti che mi interessano, quando voglio, come voglio. Senza fretta, senza una timeline algoritmica, senza layout, senza commenti. Se trovo qualcosa di particolarmente interessante lo conservo su Pinboard.

Mi piacciono le newsletter. Se non sono troppo frequenti, anche come mezzo per distribuire cose pubblicate altrove, ma soprattutto se hanno una voce che viene voglia di ascoltare. Quella del Post per le notizie, CSS-Tricks per tutte le cose web design, Hacker Newsletter è probabilmente l'unica di tecnologia che leggo ancora, leggo Paul Jarvis ma non sempre, molto Austin Kleon ultimamente, Link Molto Belli.
 

6.


Ho bisogno di disintossicarmi dalle persone molto più di quanto non abbia bisogno di farlo dalla tecnologia.
Guido è la mia libreria di risorse per imparare il marketing online al tuo ritmo.
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