Copy
M'arrevuot' 'o core
E po' te ne vaje
Amm' fatte ammore
But don’t ask me why
Questa settimana. È uscito il nuovo pezzo di Liberato col nuovo video di Francesco Lettieri,  ho comprato Entroducing: DJ Shadow in vinile, ascoltato Ágætis Byrjun. È morta Ursula Le Guin, non avevo mai letto niente, ho comprato The left hand of darkness, l'ho iniziato, mi piace. Caduta e poi ancora caduta di Travis Calanick, ex CEO di Uber, «Are you off Facebook?» is the new «Are you on Facebook», del resto Zuckerberg è andato completamente fuori di testaUomini che spiegano alle donne come si tagliano le verdure, Tokyo Signs, è ora di partire.
Torino, 26/01/2018
Non capisco la competizione. Ho giocato a tennis dai 5 ai 18 anni. A un certo punto – più o meno nel mezzo – ero diventato anche bravino, ma non riuscivo a vincere niente. In 13 anni ho vinto nessun torneo e pochissime partite. Quando ero sul punto di farlo andavo nel panico e perdevo lo stesso. Il mio allenatore diceva: si chiama paura di vincere. Può darsi. Vista da qui era più mancanza di interesse.

Vincere non mi interessava perché mi interessava altro. La geometria del gioco, essere da solo sul campo, lo stato di completa concentrazione che riuscivo a raggiungere, la sensazione di vedermi giocare dal di fuori, correre, scivolare, fermarmi, ripartire la velocità dei movimenti, la geometria dei movimenti, l'odore della terra rossa umida appena bagnata nell'aria calda di giugno. Il tennis per me non è mai stata un'esperienza agonistica, ma un'esperienza estetica. Contemplativa, non competitiva. 

Negli stessi anni d'inverno sciavo spesso. Stessa storia: non ho mai voluto fare gare e detestavo le piste troppo difficili, ripide e ghiacciate. Sceglievo percorsi lunghi, ampi e facili. Salivo sopra i tremila metri e tornavo giù dopo ore, il più lentamente possibile. Mi fermavo a contemplare il paesaggio. Il cielo perfettamente sgombro, l'alternarsi di concavo e convesso, il riverbero accecante e le conche ombrose, la neve a descrivere e definire ogni cosa. L'idea di scendere il più velocemente possibile mi sembrava inspiegabile. Quella di gareggiare per scendere un po' più velocemente di qualcun altro insensata.

Non capisco la competizione. Ho lavorato un po' nell'editoria, via via più sbalordito di come l'unica strategia – no, l'unica tattica, non c'era alcuna strategia – fosse reagire al lavoro di qualcun altro. Che qualcun altro l'avesse già fatto era essenziale perché qualsiasi proposta fosse presa in considerazione. Replicare quello che qualcun altro aveva già fatto tenendosi appena al di qua del plagio il modo suggerito di metterla in pratica.

Ora che faccio l'unico lavoro che vorrei fare non sono in competizione con nessuno. Non seguo persone che fanno il mio stesso lavoro, né mi interessa capire cosa fanno, cosa pensano, che piani hanno. Non uso prodotti simili a Guido – tranne Treehouse per la mia formazione. Non so quanti ne esistano in Italia o nel mondo né quanti ne escano ogni mese. Non mi iscrivo per provarli quando escono, né so o mi interessa sapere quali sono le loro funzionalità o le loro caratteristiche. Non vado alle conferenze, né partecipo agli eventi o nei gruppi Facebook. Dei nostri concorrenti ho poche notizie imprecise, vaghe e frammentarie perché col tempo ho capito che si compete sui bisogni, non sui prodotti.

Non lavoro per mettere me stesso in buona luce agli occhi degli altri. Lavoro prima di tutto perché il lavoro che ho scelto di fare mi piace: quindi per soddisfare il mio piacere personale. Lavorare a Guido è per me come per altri restaurare motociclette o costruire navi in bottiglia: ho in testa l'immagine di come voglio che sia quando sarà finito, progettarlo e costruirlo mi rende felice e mi fa stare bene. Questa è la mia prima responsabilità: quella verso me stesso e la mia felicità. Lavorare a Guido deve rendermi felice, quando smetterà smetterò anche io.

La seconda responsabilità è per i nostri iscritti: le quattrocento persone che in questo momento pagano per usare Guido. Lo progetto e lo costruisco per loro, ed è loro che seguo – non gli addetti ai lavori né i loro prodotti. È di loro che mi interessa sapere cosa fanno, cosa pensano e che piani hanno. Leggo e rispondo alle loro email, ai loro commenti, e alle loro domande. Condivido i loro dubbi e le loro perplessità perché spesso sono anche le mie, così come spesso le loro speranze e i loro timori somigliano ai miei. Penso ai nuovi contenuti e alle nuove funzionalità che vorrei avere su Guido sapendo che servono a loro perché servono prima di tutto a me. È la comunità di cui sento di fare parte, ed è l'unica che mi interessa.
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