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L'amour / Toujours
Sumartin, Brač, Croazia, 3/08/2016
Carina, ma preferisco le barche a vela – anche se non ci sono mai andato e non ci so andare. In basso a destra Sumartin, in alto al centro e più lontano Selca – si legge Selza, oggi pomeriggio ci andiamo a provare l'olio di oliva. Lo sapevi che le isole della Croazia sono un pezzo sommerso delle Alpi Dinariche? Io no, però mi sembra figo: sei allo stesso tempo in vacanza al mare e sulle Alpi, e un tot di anni fa anche le Alpi che ci sono in Italia erano così: pezzi di costa e isole sul mare. Mind. Blown.
Qui sopra c'è la mia cartolina dal mare per te. Se non la vedi clicca su «Mostra immagini» o qualcosa del genere nel tuo client di posta elettronica.

Tu il caffè lo bevi con la cannuccia?

C'è questa cosa a cui penso da mesi – ci penso spesso, quasi tutti i giorni, ci pensavo anche stamattina mentre andavo con Momo 🐶   a prendere due coffee to go al ristorante qui sotto casa che è aperto già dall'ora di colazione, e che quando io e Enrica ci siamo andati la settimana scorsa e abbiamo chiesto due caffè al banco ci hanno guardato come due pazzi, e allora abbiamo capito che non si usa da queste parti uscire per prendere un caffè al banco, perché se vai a prendere un caffè fuori allora ti siedi e ci metti il tuo tempo, e al massimo se proprio hai fretta te lo prendi to go e te lo porti via un po' di nascosto, e loro ti mettono il caffè in quei contenitori del caffè da portar via e per qualche strana ragione nei fori del tappo mettono delle cannucce: che è una cosa stranissima, secondo me.

Comunque, dicevo: c'è questa cosa a cui penso da mesi e che faccio molta fatica a mettere a fuoco, un po' perché probabilmente è una cosa grossa e complessa e un po' perché mi sembra una di quelle cose che si pensano e si dicono col ditino alzato, sapendo già la risposta: una di quelle domande retoriche che si fanno in pubblico per farsi dare la risposta giusta e per contare quanti concordano e ti danno ragione e scuotono il capo in segno di approvazione: oh, come siamo simili e pochi, meno male che ci siamo trovati noi così pochi e così simili su questa roccia relitta e remota in balìa dello spazio infinito dell'universo.

A cosa mi serve saperlo?

Invece no, lo giuro: non è una domanda retorica, è una domanda per cui non ho una risposta e ci penso da mesi, e più che una domanda è una serie di domande, e in estrema sintesi è questa: a cosa mi serve saperlo?

In che senso? Ora provo a spiegarmi.

A cosa mi serve sapere l'opinione di molte persone che conosco o che non conosco ma seguo – di mia iniziativa, chiaro – sui molti fatti del giorno accaduti in luoghi diversi nel mondo, che mi toccano o non mi toccano? A cosa mi serve sapere su questi fatti i commenti di ognuno e le discussioni, i dibattiti, le liti, le battute, i sarcasmi e le ironie che si portano dietro? A cosa mi serve sapere e vedere i link o gli screenshot di cose dette o scritte da altri, cose con cui poter essere d'accordo e empatizzare o in disaccordo e indignarmi, cose da commentare, discutere, dibattere e litigare, su cui fare battute, sarcasmi o ironie? A cosa mi serve dedicare poi del tempo a pensieri e ragionamenti intorno a queste cose che inevitabilmente finisco per sapere – a volte anche a prescindere dalla mia volontà – e provare su queste cose anche delle emozioni? A cosa mi serve – infine – decidere se a mia volta contribuire con un'opinione, smettere di essere spettatore e iniziare ad agire?

Slippery slopes

Chiedermi a cosa mi serve è la ripa scivolosa che porta alla domanda retorica, che invece davvero ti assicuro non è. Invece dico serve perché ne faccio una questione di due risorse scarse – il tempo e l'attenzione – e di conseguenze concrete. Cosa mi succede se dedico una parte del mio scarso tempo e una quota della mia scarsa attenzione a tutte queste cose? Cosa mi succede se decido di non farlo?

Cosa mi succede se decido di farlo un po' lo so, perché è quello che ho quasi sempre deciso di fare. Un senso di eccitazione e agitazione, come a stare seduto nell'ultima fila dell'autobus che ti porta in gita: fai quarta superiore e fai casino con gli amici, la gara è a chi la fa o la spara più grossa e a chi alla fine si porta a casa il consenso e la ragione. Devi essere molto attento e non perdere un colpo, almeno due passi avanti, pronto a rilanciare e spostare il limite un po' più in là. A tratti è esaltante, a tratti sfinente e a volte ti viene il dubbio che potresti anche farne a meno. Quella è la tua vita, tutto il resto sfuma sullo sfondo.

E invece: cosa mi succede se decido di non farlo, di non saperlo?

Lo ammetto: ho anche un debole per le barche a vela, ma questa è un'altra storia ⛵️

All'inizio Enrica non capiva perché il mare fosse così importante per me, e io non capivo come mai lei non capisse, ma poi alla fine ho capito: per noi «il mare» erano due cose diverse, parlavamo della stessa cosa usando le stesse parole ma senza intenderci – e comunque avevo ragione io.

Tanto per cominciare il mare non è solo l'acqua salata, ma: il caldo speciale che fa, il rumore delle onde e del vento, il sale che ti secca e pulisce la pelle e il sole che la abbronza, il profumo della macchia mediterranea, il canto delle cicale, il caldo terribile delle sette del mattino, il caldo sotto i piedi, i pranzi sfiniti e le molte ore di sonno, il caffè che si beve comunque caldo, i gabbiani, i tramonti lunghi, molto silenzio e pochissima gente, molto spazio e molto tempo.

L'unione di tutti queste cose è come una vanga che ti scava nella testa e la svuota. Ho fatto i miei conti, e a me impiega esattamente 12 giorni a svuotarla tutta – e infatti oggi è il dodicesimo giorno e improvvisamente sono in grado di scrivere 5624 caratteri and counting mentre ieri ero a stento in grado di pensare: ora hai capito perché il mare è così importante per me? No, andare in montagna o al lago non è la stessa cosa.

Alla fine, quando il mare ha finito il suo lavoro io sono nuovo, la testa è vuota e pulita, sto bene, sono pieno di energie e non so assolutamente niente di quello che succede nel mondo. È la volta in cui vado più vicino a non fare e a non sapere: a decidere di non sapere niente, a scegliere di non partecipare.

L'anno scorso con Enrica siamo andati in Corsica, in un posto che a me è sembrato così remoto, dimenticato e meraviglioso che non dirò dov'è perché la mia più grande paura è che col tempo molti lo scoprano e cambi senza rimedio.

Abbiamo rinunciato quasi subito a usare internet – che si pagava e andava poco e male – e un giorno di metà agosto mi sono trovato a passeggiare da solo sulla spiaggia lunga e deserta e a chiedermi quanto a lungo avrei potuto vivere lì senza sapere niente del mondo, e quanto tempo ci avrebbe messo a diventare un problema questo non sapere niente del mondo.

Cosa mi succede se decido di restare così? Se decido di fare a meno delle opinioni, dei fatti, delle discussioni, dei dibattiti, delle liti, delle battute, dei sarcasmi e delle ironie, cosa succede? Se decido di vivere lateralmente, di fare come se tutto queste cose che esistono invece non esistessero più? Cosa succede al mio poco tempo e ala mia poca attenzione? La mia vita cambia, e come: in meglio o in peggio? Ci sono delle conseguenze, e se ci sono posso permettermi di farmene carico senza che sia un carico troppo pesante? Dov'è il confine superato il quale l'ignoranza delle cose diventa un rischio? Quanto oltre ci si può spingere?

Davvero, non è una domanda retorica: è che non lo so, e invece vorrei saperlo.
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