La fondazione informa

È opinione largamente diffusa e continuamente riproposta che, per uscire dalla crisi, l’Italia ha bisogno di “crescere”. Non sono sicuro che la parola sia stata scelta bene, anche se il contenuto può essere accettato se con “crescita” si intende: la diminuzione della disoccupazione; la riduzione della precarietà nella caratterizzazione dei contratti di lavoro; il consolidamento del sistema delle imprese, con la individuazione e la realizzazione di una adeguata collocazione nella divisione internazionale del lavoro nell’attuale assetto della globalizzazione e nei suoi progressivi aggiustamenti; e, ultimo ma non meno importante, la partecipazione dell’Italia – quale Paese fondatore e membro autorevole dell’Unione Europea – alla ripresa del cammino dell’Europa verso una più forte unità politica.
Ma la realizzazione di questi obiettivi – e in particolare quanto è collegato alla individuazione di che cosa e come le imprese italiane possono produrre per partecipare con successo alla competizione internazionale – richiede notevoli cambiamenti strutturali, mentre la parola “crescita” è stata tradizionalmente associata all’idea di un sistema che si espande mantenendo sostanzialmente invariata la sua struttura produttiva.
Inoltre, parlare di crescita espone alle obiezioni di chi, con buone ragioni, si preoccupa del problema della sostenibilità: le risorse disponibili nel nostro mondo limitato non consentono infatti una espansione indefinita e molti sono i segni che annunciano come questo limite si faccia già sentire. Anche senza aderire del tutto alle tesi della “decrescita” (auspicabilmente) felice, molti si chiedono se puntare genericamente sulla crescita non contrasti con questo genere di difficoltà.
D’altra parte, se è statisticamente verificato che la realizzazione degli obiettivi di cui sopra si accompagna spesso con un aumento del PIL – e, quando si parla di “crescita”, in definitiva si intende proprio questo – una tale correlazione non è necessaria, e neppure sufficiente (l’aumento del PIL non garantisce una diminuzione della disoccupazione e ancora meno una diminuzione della precarietà). Inoltre, utilizzare le variazioni del PIL per stimare le entrate fiscali e quindi l’andamento dell’avanzo primario nei conti della Pubblica Amministrazione, e ancora di più quello del rapporto deficit/PIL, costituisce una semplificazione utile, ma non esclude relazioni più complesse, che utilizzino indicatori diversi e più disaggregati. 
Se poi la crescita del PIL deve servire a rassicurare circa un andamento della domanda interna capace di assorbire una maggiore produzione realizzata dalle imprese, resta quanto meno da tener conto di come il reddito si distribuisca: non sono pochi gli economisti che ritengono che tra le cause della attuale crisi vi sia anche la minor domanda di beni sviluppatasi a causa di un aumento nella disuguaglianza della distribuzione del reddito.
Se mettiamo insieme le questioni di cui sopra – la disoccupazione, il ruolo da assegnare alla domanda interna, la disuguaglianza, la necessità di ridisegnare la struttura della nostra produzione in modo da confrontarsi efficacemente con la competizione internazionale in entrata e in uscita e, infine, il problema della sostenibilità – credo che il problema si presenti troppo complicato per esprimerlo solo in termini di “crescita”. Ancora un volta, Giorgio La Pira ci può suggerire una buona idea di metodo per affrontarlo in modo più adeguato.
Ne L’Attesa della povera gente (par VIII), La Pira parla della necessità di “pianificare” gli interventi, e invita a non aver paura di questa parola: “Non bisogna lasciarsi impressionare dalle parole: «pianificare» significa mettere ordine, orientare verso uno scopo. (…) il Vangelo soccorre: chi vuol costruire saldamente una casa e chi vuol fare efficacemente una guerra (qui: guerra efficace alla disoccupazione ed alla miseria) deve «pianificare» la propria azione affinché essa dia un risultato felice (Lc XIV, 28)”. Quando, nell’aprile del 1950, scriveva così, La Pira aveva bisogno di rassicurare chi leggeva di non voler proporre dei piani quinquennali di tipo sovietico. Oggi non c’è bisogno di precisare che si deve trattare di pianificazione «indicativa»: così la si definiva negli anni Sessanta, per sottolineare che la pianificazione proponeva alla società e all’economia nazionale un percorso possibile, del quale erano verificate le compatibilità e all’interno del quale potevano svilupparsi con qualche maggiore sicurezza le decisioni degli organismi pubblici e privati, in particolare delle imprese. Credo tuttavia che, pur con queste precisazioni, anche oggi la parola possa suscitare preoccupazioni; eppure, io sono dell’opinione che proprio la complessità del problema che ci sta davanti e le potenziali contraddizioni che contiene rendano opportuna una procedura di questo tipo.
Inutile sottolineare il peso che oggi presentano non solo l’incertezza per molti aspetti della situazione che sfuggono alle possibilità di controllo della politica, ma anche i condizionamenti che la partecipazione all’Unione Europea (e ad Eurolandia in particolare) e il contesto di globalizzazione pongono a tutti i soggetti economici, stati compresi. Ma, sull’altro versante, non vanno trascurati gli effetti che la predisposizione di un piano – specialmente se realizzata con procedure partecipative – può determinare in direzione di un recupero di consapevolezza di tutte le componenti della comunità nazionale verso l’idea di un bene comune da realizzare insieme.
Cogliamo l'occasione per ricordarvi che il Forum sul sito della Fondazione si arricchisce gradualmente di saggi e riflessione inerenti Etica ed Economia...

 

Info e attività  in corso

Segnaliamo occasioni e convegni inerenti la figura di La Pira cliccando su "notizie recenti" . Ecco alcuni spunti di rilievo:

- 13 Febbraio 2012: Si apre la serie di 4 appuntamenti dedicati al centenario dalla nascita di Dossetti Primo appuntamento a Bologna: ecco la relazione di Mons. Monari e l'omelia del Cardinale Caffarra.

- 16 Febbraio 2012: "Vincere il male con il bene". Appello inviato al capo del governo da personalità del mondo accademico e civile, alcune delle quali anche a nome della nostra fondazione.

- 16 Febbraio 2012: Emergenza Siria, l'appello del Custode di Terrasanta.

- 3 marzo 2012: "Giorgio La Pira: la politica come vocazione" - Quarta "Conversazione sulla santità  in politica" presso la Piccola Opera Papa Giovanni di Reggio Calabria.

- 6 Marzo 2012: A Caserta incontro su La Pira per il ciclo dedicato ai "Maestri dell'apprendimento permanente"

- il Cardinale Piovanelli ricorda Dalla Costa e La Pira su intervista per Giornale di Vicenza

- 29 Marzo 2012: La Fondazione partecipa al dibattito su "GOVERNO TECNICO, PARTITI E SOCIETA' CIVILE" allo spazio QCR di Firenze

- 13 Aprile 2012: nella Basilica di San Gennaro a Napoli, convegno di studio "L'attualità di Giorgio La Pira, uomo politico e cristiano". Tra gli ospiti, importanti figure del mondo politico, accademico ed ecclesiale.

- 30 Aprile 2012: in occasione del cammino di pellegrinaggio voluto quest'anno a Firenze per i propri ragazzi di prima, seconda e terza superiore, la comunità pastorale san Vincenzo di Cantù (COMO) ha chiesto e ottenuto dalla Fondazione la possibilità di ascoltare una testimonianza su La Pira, dato il tema della visita intitolato "la vocazione cristiana".

Articoli e pubblicazioni recenti

- 1 Febbraio 2012 Presentato il libro "Quando si faceva la Costituzione"L'attualità  di Dossetti

- 24 Febbraio: Presentato a Prato il libro "IMPEGNO SOCIALE DI GIORGIOLA PIRA E LE RADICI DELLE ACLI IN TOSCANA"

Preghiera e Vita - La direzione spirituale come dimensione di amicizia nel carteggio La Pira-Ramusani - Firenze, Polistampa 2011

Nel solco di La Pira, Vittorio Peri e don Carlo Zaccaro - Firenze, Polistampa, 2011

Economia e liberalismo:
La Pira scriveva a Pio XII

Il tossico della civiltà, la causa del comunismo è espresso ed è contenuto in questo tessuto di «norme liberali» che hanno come radici il bellum omnium contra omnes (homo homini lupus!). Sapete, Beatissimo Padre, la forza davvero demoniaca del danaro accentrato in poche mani! Pensate: la sorte dei lavoratori, in Italia; la stabilità del loro lavoro e del loro pane: il loro avvenire, è sempre e solamente nelle mani di questi padroni «anonimi» che dispongono senza controllo alcuno del destino delle loro aziende. Una azienda chiude: duemila operai sono licenziati: chi controlla? Chi dà garanzia e giustizia? Nessuno: la cosa più preziosa dell'uomo -dopo l'orazione e la vita interiore- il lavoro, è nelle mani incontrollate (spesso avare ed impure) del «padrone!». L'azienda viene chiusa; gli operai licenziati; l'economia nazionale ferita; la pace sociale turbata; le famiglie disgregate; la fede religiosa indebolita o perduta: - chi controlla? Chi garantisce? Chi giudica? Nessuno! [...]
Ma non esiste, non esiste, non esiste, quel «libero mercato» a cui si fa sempre ricorso, come se fosse un principio teologale! Non è vero in teoria e non esiste in pratica: ciò che esiste in pratica è il triste fenomeno della disoccupazione e della incertezza dell'occupazione: due fatti dovuti essenzialmente alla strutturazione liberale dell'economia e della finanza. [...]
Cosa bisogna fare? Decidersi a mutare il volto liberale della nostra economia: non è un volto «personalista»: no: è un volto individualista: va contro il bene comune che è la norma orientatrice dell'etica sociale cristiana (e naturale insieme). 
Voi stesso lo avete detto proprio in questi giorni: ormai «non vi è movimento politico o sociale che non metta in qualche modo alla base di ogni sua struttura questa concezione, per così dire, comunitaria dello Stato e del mondo» (26 aprile 1958). Allora? Come è possibile che l'economia italiana (economia e finanza) restino ancora strutturate con norme sbagliate dal punto di vista filosofico e teologico, con norme altresì errate anche dal punto di vista a strettamente economico? Norme invecchiate, superatissime dai nuovi e vitali schemi dell'economia “copernicana”, per così dire, che è economia sperimentale e finalizzata (dal pieno impiego). [...]
Altra via -dopo quella della preghiera- non c’è: mutare le strutture economiche, fare otri nuovi: assicurare il pane e la dignità dei lavoratori. Si creerà così una società più giusta ove la grazia del Signore, ove l'amore del Signore, potrà circolare più rapidamente, più liberamente. [...]
Perché Beatissimo Padre, sapeste come è diffuso questo male, anche fra i cattolici che hanno in mano le leve più potenti dell' economia, della finanza, della politica! 
Credono -e sono finanche Capi di Azione Cattolica!- che esistono davvero, quasi leggi naturali e di origine divina! le così dette «leggi» dell'economia liberale! Credono a Ricardo, a Bastiat, a Malthus; alla «legge di bronzo dei salari» e così via! 
Fa una pena immensa questa ignoranza che non è solo di natura teologica e filosofica, ma anche di natura specificatamente tecnica ed economica! 
Questi dirigenti non studiano, non sperimentano; hanno schemi mentali vecchissimi: sono dei «tolemaici» in pieno periodo «copernicano». [...]
Beatissimo Padre, noi cattolici italiani impegnati nella politica abbiamo responsabilità gravi: se non spezziamo con decisione ferma le catene del liberalismo, la nostra azione sarà vana: non compiremo la missione che Dio ci affida in questa ora storica così essenziale per l'avvenire del mondo e della Chiesa. 
 

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